Uno studio «mette una pietra tombale» sulle vaccinazioni di massa? Falso. Ecco cosa dicono davvero i dati

 Uno studio «mette una pietra tombale» sulle vaccinazioni di massa? Falso. Ecco cosa dicono davvero i dati


Il sito eVenti Avversi News pubblica il 3 ottobre 2021 un articolo intitolato «Pietra tombale sulle vaccinazioni di massa. European Journal of Epidemiology: gli aumenti di COVID-19 non sono correlati ai livelli di vaccinazione. STUDIO». Quel che riportano è la traduzione di una lettera alla redazione della rivista del 30 settembre 2021, dove gli autori sembrano dare per scontati diversi fattori noti che rendono il loro lavoro piuttosto ambiguo e interpretabile negli ambienti No vax.

Per chi ha fretta:

  • Lo sapevamo già: i vaccini proteggono dalle forme gravi della Covid-19, non dal mero contagio.
  • Generalmente nei Paesi dove il tasso di vaccinazione è scarso il numero di casi è notevolmente più alto.
  • Non bisogna generalizzare, la presenza delle varianti Covid e la mancanza di altre forme di prevenzione, come il Green pass, possono influire, ma l’importanza primaria dei vaccini non è in discussione.

Analisi

Leggiamo l’abstract del paper in italiano (il grassetto è nostro). I ricercatori suggeriscono una mancata correlazione tra casi di Covid e vaccini, negli Stati Uniti:

I vaccini sono attualmente la principale strategia di mitigazione per combattere COVID-19 in tutto il mondo. Ad esempio, la narrativa relativa all’ondata in corso di nuovi casi negli Stati Uniti (USA) è sostenuta per essere guidata da aree con bassi tassi di vaccinazione [1]. Una narrazione simile è stata osservata anche in paesi, come la Germania e il Regno Unito [2]. Allo stesso tempo, Israele, che è stato acclamato per i suoi rapidi e alti tassi di vaccinazione, ha visto una sostanziale recrudescenza dei casi di COVID-19 [3]. Studiamo la relazione tra la percentuale di popolazione completamente vaccinata e i nuovi casi di COVID-19 in 68 paesi e in 2947 contee negli Stati Uniti.

Gli autori confrontano i dati di 68 Paesi con quelli riguardanti 2.947 contee degli Stati Uniti, fino al 3 settembre 2021. Non vengono considerati due fattori importanti, ovvero i casi gravi e le ospedalizzazioni, dal momento che i vaccini anti-Covid devono scongiurare nuove crisi nei reparti di terapia intensiva e prevenire i decessi.

In effetti, la linea di tendenza suggerisce un’associazione marginalmente positiva in modo tale che i paesi con una percentuale più elevata di popolazione completamente vaccinata abbiano casi COVID-19 più elevati per 1 milione di persone. In particolare, Israele con oltre il 60% della popolazione completamente vaccinata ha avuto i casi di COVID-19 più alti per 1 milione di persone negli ultimi 7 giorni.

Gli autori della lettera sembrano omettere del tutto anche l’effetto del paradosso di Simpson: è perfettamente normale che in una popolazione con un alto numero di vaccinati a un certo punto risultino proprio tra questi dei nuovi casi. È una forzatura statistica data dal fatto che i vaccini non sono protettivi al 100% e possono esserci rari casi di vaccinati positivi in grado di contagiare. 

Come stanno le cose oggi

Effettivamente sarebbe stato più interessante un confronto generale tra Paesi con le più alte campagne vaccinali e quelli dove queste sono state scarse. Non tra Stati e contee americane. Sorprendentemente, nonostante fosse il focus dei ricercatori, questi sembrano ignorare, per esempio, il divario lapalissiano tra i casi nei Paesi dell’Unione europea con ampie campagne vaccinali e quelli dell’Europa orientale, che non se la passano tanto bene. La loro situazione epidemica per niente ottimale sta facendo discutere oggi, mentre i ricercatori fanno riferimento a dati parziali di un mese fa.

Fin dai primi di settembre il 70% della popolazione adulta dell’Unione europea risultava pienamente vaccinata. Il problema resta una parte dell’Europa orientale. Parliamo di Paesi come la Repubblica Ceca, vantata dai sostenitori delle cure domiciliari per l’approccio morbido nei confronti dell’ivermectina. Al primo posto per lassismo nelle campagne vaccinali troviamo la Bulgaria col 20% degli adulti vaccinati, seguita dalla Romania col 32%.  

Proprio quella Romania che ci aveva “arruolato” nella campagna di sensibilizzazione a favore delle vaccinazioni la figura del conte Dracula, il 28 settembre segna il record di oltre 11 mila casi in 24ore. A questo si aggiunge il problema dell’esitanza vaccinale nella popolazione Rom. Si stima che in Europa siano circa 12 milioni. 

La differenza rispetto a Paesi come Belgio, Danimarca e Portogallo – dove l’80% degli adulti è vaccinato – è talmente evidente che l’esitazione vaccinale ci appare quasi un mistero antropologico. La domanda non è “quali sono le ragioni del no ai vaccini”, bensì “cosa porta relativamente tante persone a ignorare i dati”. Riportiamo di seguito un grafico pubblicato da Aureliano Stingi che confronta il numero giornaliero dei decessi Covid tra Italia e Romania con le rispettive percentuali di vaccinazione.

Le fonti dello «studio»

Ma gli autori citano anche delle pubblicazioni che dimostrerebbero empiricamente la presunta ridotta efficacia dei vaccini, suggerendo che l’immunità da loro indotta sia di qualità inferiore rispetto a quella naturale:

Ad esempio, in un rapporto pubblicato dal Ministero della Salute in Israele, l’efficacia di 2 dosi del vaccino BNT162b2 (Pfizer-BioNTech) contro la prevenzione dell’infezione da COVID-19 è stata riportata essere del 39%, sostanzialmente inferiore all’efficacia dello studio del 96%. Sta anche emergendo che l’immunità derivata dal vaccino Pfizer-BioNTech potrebbe non essere così forte come l’immunità acquisita attraverso il recupero dal virus COVID-19. È stato anche riportato un sostanziale declino dell’immunità dai vaccini mRNA 6 mesi dopo l’immunizzazione. Anche se le vaccinazioni offrono protezione agli individui contro il ricovero grave e la morte, il CDC ha riportato un aumento dallo 0,01 al 9% e dallo 0 al 15,1% (tra gennaio e maggio 2021) nei tassi di ricoveri e decessi, rispettivamente, tra i completamente vaccinati.

Dei report del Governo israeliano usati a sproposito ne avevamo già parlato in precedente articolo, basato sui dati del luglio 2021. La tabella che fa riferimento ad una efficacia del 39% risale al mese prima:

L’ultima tabella del documento è fondamentale per leggere meglio quel dato del 39%:

In generale nella popolazione pienamente vaccinata, in ragione della variante Delta i vaccini a mRNA danno una protezione del 39% contro l’infezione asintomatica. Per le forme con sintomi lievi sale al 41%. Contro l’ospedalizzazione l’efficacia sale all’88% (qui bisogna tener conto anche della tipologia di paziente: quanti anni ha e se presenta comorbidità). Infine abbiamo un 91% di efficacia contro le forme più severe.

Il cosiddetto studio del 96% (versione integrale) che sarebbe contraddittorio rispetto ai dati della Sanità israeliana, è un preprint riguardante una ricerca controllata con placebo, riferita al periodo luglio-ottobre 2020, con risultati entro due mesi dalla seconda dose. I volontari erano provenienti da Stati Uniti, Argentina, Brasile, Sudafrica, Germania e Turchia.

Lo studio che suggerisce una immunità più debole da parte di Pfizer rispetto a quella naturale è un preprint ancora in attesa di revisione, con un notevole bias (versione integrale). Parliamo di una ricerca retrospettiva (i fatti sono accaduti prima che cominciasse) dove si selezionano tre gruppi:

  1. Con due dosi di Pfizer non infetti precedentemente (oltre 673mila persone);
  2. Precedentemente infetti che non si sono mai vaccinati (oltre 62mila);
  3. Precedentemente infetti che hanno ricevuto una sola dose (oltre 42mila).

Il problema è nell’organizzazione del reclutamento dei volontari:

  • Il primo gruppo è notevolmente più ampio rispetto agli altri, rendendo più probabile riscontrare nuovi infetti tra i vaccinati.
  • Il secondo gruppo non tiene conto di tutti quelli che non si sono reinfettati, perché nel frattempo si sono pienamente o parzialmente vaccinati. Così si condiziona l’ingresso a un gruppo per un evento che si verificherà alla fine (retrospettivo).
  • Il terzo gruppo avrebbe dovuto far riflettere i ricercatori, perché conferma quanto sapevamo già: persone precedentemente infettate risultano pienamente protette con una singola dose.

Certo, sarebbe stato d’aiuto una verifica degli anticorpi neutralizzanti nel siero dei volontari, ma parliamo di uno studio osservazionale, dove non si menzionano test sierologici, solo PCR, che trovano il virus ma non misurano la risposta anticorpale.

Il secondo articolo sul presunto depauperamento della risposta anticorpale è a sua volta una lettera all’editore – per altro in attesa di revisione (versione integrale) – dove si riportano potenziali conflitti d’interesse da parte degli autori. L’ultima fonte del passaggio che abbiamo citato ha un link non funzionante che dovrebbe altrimenti rimandare a un contenuto del Washington Post.

Conclusioni

In fin dei conti il messaggio conclusivo degli autori S. V. Subramanian e Akhil Kumar è ragionevole. La stessa adozione di misure come il Green pass ci comunica che l’efficacia dei vaccini dipende anche dal raggiungere una quota sempre più ampia di persone inoculate con entrambe le dosi; infine, più tempo passa, maggiore è la probabilità che il virus circolando tra i non vaccinati sviluppi varianti che possano ridurre l’efficacia delle vaccinazioni.

Tutto questo può essere fatto anche lavorando su una divulgazione che eviti di stigmatizzare chi è spaventato per via delle narrazioni No vax, specialmente quelle che usano documenti scientifici organici alle proprie storie, senza accertarsi delle reali intenzioni dei ricercatori.

Potrebbe essere necessario mettere in atto altri interventi farmacologici e non farmacologici insieme all’aumento dei tassi di vaccinazione. Tale correzione di rotta, in particolare per quanto riguarda la narrativa politica, diventa fondamentale con le prove scientifiche emergenti sull’efficacia dei vaccini nel mondo reale. In sintesi, anche se dovrebbero essere compiuti sforzi per incoraggiare le popolazioni a vaccinarsi, ciò dovrebbe essere fatto con umiltà e rispetto. Stigmatizzare le popolazioni può fare più male che bene. È importante sottolineare che altri sforzi di prevenzione non farmacologica […] devono essere rinnovati per trovare l’equilibrio nell’imparare a convivere con COVID-19 nello stesso modo in cui continuiamo a vivere 100 anni dopo con varie alterazioni stagionali del virus dell’influenza del 1918.

Open.online is working with the CoronaVirusFacts/DatosCoronaVirus Alliance, a coalition of more than 100 fact-checkers who are fighting misinformation related to the COVID-19 pandemic. Learn more about the alliance here (in English).

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Redazione

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