Università italiana senza lode: quando i cervelli fuggono all’estero

 Università italiana senza lode: quando i cervelli fuggono all’estero


(Adnkronos) –
La situazione dell’università italiana attraverso i numeri
Dal totale degli iscritti alla mobilità interna, dalla fuga dei cervelli al tasso di occupazione dei laureati: Adnkronos e Expleo hanno scattato una fotografia dell’università italiana, analizzando i dati di Miur, Istat ed EurostatSe è vero che il nostro Paese è sede di alcuni dei più antichi atenei del mondo, l’università in Italia oggi è ben lontana dall’ottenere la lode. E infatti, siamo al penultimo posto in Europa per tasso di occupazione dei neolaureati, e solo al quinto posto per numero di studenti universitari, giusto per citare due statistiche negative. Non per nulla da anni assistiamo alla fuga dei cervelli, ovvero l’emigrazione di persone di talento e alta specializzazione che dopo essersi formati in Italia si trasferiscono all’estero, dove hanno maggiori opportunità professionali, diventando una risorsa per quel Paese. Dunque, cerchiamo di delineare la situazione dell’università italiana attraverso i numeri. Lo scenario che segue è stato tracciato grazie all’analisi effettuata da Adnkronos in collaborazione con Expleo su dati e statistiche forniti dal Miur, in particolare dall’Ustat il portale dell’Università e della Ricerca dedicato alla pubblicazione e all’analisi dei dati riguardanti il mondo dell’Università. Altre fonti statistiche di questa ricerca sono state Istat, Eurostat, Censis, Almalaurea, OECD.
Studenti universitari per regione: prima la Lombardia
Cominciamo da qualche numero generale. Secondo i dati pubblicati dal Miur nel 2019 in Italia ci sono complessivamente 98 atenei di cui 67 statali, così distribuiti: 33 nel Centro Italia, 25 al Sud, 21 nel Nord Ovest, 13 nel Nord Est, 6 nelle Isole. Sempre con riferimento all’anno 2019, la Lombardia con 291.709 è al primo posto per numero di iscritti nei vari atenei della regione. Seguono il Lazio con 261.900 iscritti e la Campania con 221.986 iscritti. Agli ultimi tre posti della graduatoria del numero di studenti universitari iscritti troviamo le regioni più piccole: Molise, Basilicata e Valle d’Aosta rispettivamente con 7.418, 6.831 e 1.030 iscritti.
Universitari in EU: Italia solo al quinto posto
Analizzando i dati Eurostat – l’ufficio di statistica dell’Unione Europea che produce dati e statistiche sugli stati membri – relativi al numero di studenti per tutti i gradi di istruzione terziaria nel 2019, la Germania è il paese con più studenti universitari, complessivamente 3.296.249 iscritti. Sul secondo gradino del podio la Francia con 2.679.473 studenti. Terzo posto per il Regno Unito con 2.618.287. E il nostro Paese? Soltanto quinto, con un totale di 1.937.761 universitari, alle spalle anche della Spagna.
Mobilità interna: il Lazio accoglie più studenti, la Sicilia ne perde di più
La questione della mobilità degli studenti ha anche conseguenze sul tessuto sociale ed economico di una regione con un possibile danno reale a livello di Pil nel caso di studenti che si trasferiscono per studiare e una volta laureati non rientrano nella loro regione di origine. Se osserviamo i dati del Miur sul flusso migratorio degli studenti universitari sul territorio nazionale, su un totale di 1.719.203 studenti iscritti nell’anno accademico 2019-2020, il 27% ha scelto di trasferirsi in un’altra regione per studiare (in questo caso il dato non tiene conto degli studenti provenienti dall’estero nè degli studenti senza regione di provenienza). In questo senso il Lazio è la regione che accoglie il maggior numero di studenti universitari non residenti (87.107), seguita dalla Lombardia (81.805) e dall’Emilia Romagna (70.755). Qual è invece la regione che perde più studenti? Sempre nell’anno accademico 2019-2020, la Sicilia risulta al primo posto per numero di studenti che hanno deciso di frequentare l’università in un’altra regione (57.532). Ma anche molti universitari di Puglia e Veneto hanno scelto un ateneo fuori regione, rispettivamente 55.230 e 39.834. Questi sono dati assoluti che ovviamente vedono le regioni più grandi e popolose ai primi posti.Ma se rapportiamo il numero di studenti che migrano in altre regioni e il totale di iscritti residenti, notiamo che la Valle d’Aosta balza in testa con la percentuale più elevata: il 77% dei suoi studenti universitari decide di andare a studiare in un’altra regione. Seguono la Basilicata con una percentuale del 76% e il Molise con il 66%. Da segnalare che riguardo queste tre regioni la tendenza è a spostarsi in una regione limitrofa ove evidentemente l’offerta formativa è più completa di quella della propria. Per esempio gli universitari della Valle d’Aosta scelgono per oltre il 52% il Piemonte.
Studenti fuorisede: chi arriva e chi se ne va
Nell’anno accademico 2019/2020 soltanto 7 regioni su 20 hanno un saldo positivo tra studenti in ingresso e studenti in uscita ovvero 13 regioni perdono più studenti di quanti ne guadagnano. Secondo i dati del Miur, i saldi maggiormente negativi si registrano in tre regioni del sud: Sicilia che perde 52.198 studenti, Puglia che ne perde 50.489 e Calabria 31.104. Le tre regioni che riescono invece a trattenere più studenti rispetto a quanti vanno a studiare fuorisede sono: Lazio con un saldo attivo di 61.953, Emilia Romagna 48.943, Lombardia 43.221. Un caso emblematico di studenti fuorisede riguarda i calabresi che, secondo i dati del Ministero dell’Istruzione e della Ricerca, nell’anno 2019 erano complessivamente 71.265. Il 47% di loro ha deciso di migrare in altre regioni, principalmente nel Lazio (7.736 studenti), in Campania (5.045) e in Lombardia (4.914). Nello specifico gli studenti calabresi che vanno a studiare nel Lazio scelgono principalmente l’indirizzo economico (17%), e in particolare per quell’indirizzo di studi si iscrivono all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Una delle motivazioni di questa scelta potrebbe essere nella qualità dell’ateneo romano, che infatti nella classifica delle univeristà italiane stilata dal Censis, con riferimento all’indirizzo economico, risulta al nono posto, contro l’ultimo posto nella stessa graduatoria occupato dall’Università degli Studi di Catanzaro – Magna Grecia di Catanzaro.
Perché ci si sposta in un’altra regione per studiare?
Le ragioni sono molteplici: dalla qualità dell’offerta formativa alle maggiori possibilità di inserimento lavorativo, ma anche con riguardo la qualità della vita e le offerte ricreative e culturali di una città rispetto a un’altra, oltre naturalmente ai maggiori livelli salariali per i neo laureati. A tale proposito, dai dati del Rapporto 2021 (riferiti all’anno 2020) sulle università dell’Osservatorio JobPricing è possibile notare come laurearsi in una determinata area geografica piuttosto che in un’altra porta a maggiori livelli salariali una volta entrati nel mondo del lavoro. Nello specifico, laurearsi al Nord permette di guadagnare in media annualmente 3.757 euro in più rispetto al Sud e alle Isole.
Il laureato in Valle D’Aosta trova più facilmente lavoro
Osservando i dati dell’Istat relativi al tasso di occupazione dei laureati per regione di appartenenza, si nota che nel 2019 i laureati della Valle d’Aosta ha trovato più agevolmente lavoro. Nello specifico il tasso di occupazione per il laureati di quella regione è dell’86,3%. Seguono la Lombardia con un tasso di occupazione dell’85,5% e il Trentino Alto Adige con l’85,4%. Tendenza opposta per diverse regioni del Sud dove si registrano le percentuali più basse. In particolare il tasso di occupazione per i laureati della Calabria si attesta al 64,9%. Poco superiore in Campania 65,4% e in Basilicata 67,1%.
Cambio vita e vado a vivere all’estero
122.020 sono gli italiani che secondo l’Istat si sono cancellati nel 2019 dalle liste anagrafiche del nostro Paese, contro 68.027 nuove iscrizioni anagrafiche, con un valore negativo di 53.813 persone. Ma dove si trasferiscono gli italiani? In testa il Regno Unito scelto dal 25% del totale (30.603 unità nel 2019), seguito, ma a notevole distanza, dalla Germania (18.837) e dalla Francia (12.839). Nella graduatoria dei paesi preferiti dagli italiani che si trasferiscono all’estero, al quinto posto c’è, sorprendentemente, il Brasile che nel 2019 ha visto espatriare 8.064 italiani.L’età media degli italiani espatriati nel 2019 è compresa principalmente nella fascia 18-39 anni che rappresenta il 56% del totale. Di questi il 55% sono uomini. Da quali regioni si emigra di più? Nell’anno in oggetto la maggioranza degli espatriati proviene dalla Lombardia con 22.985 persone che corrispondono al 19% del totale, seguita da Sicilia 12.433 e Veneto 11.849.
Studiare all’estero: l’Inghilterra è ancora la più ambita
Nel 2019 il Regno Unito è stata la destinazione preferita dagli studenti italiani. Lo dicono i dati di Eurostat relativi alla mobilità degli studenti italiani verso l’estero riferiti a tutti i gradi di istruzione terziaria (ovvero dalla laurea triennale al dottrato). Nel dettaglio la Gran Bretagna è stata scelta dal 27% del totale che ammonta a 54.262. Essendo l’ultimo dato disponibile relativo all’anno 2019, chissà se questo primato resisterà anche dopo la Brexit. Tra i Paesi preferiti dagli studenti italiani nel 2019, al secondo posto c’è l’Austria scelta dal 17% degli studenti italiani e al terzo posto la Francia 15%. Da segnalare che però Eurostat non espone i dati completi relativi a Germania, Olanda, Slovenia, Montenegro e Bosnia, quindi le analisi condotte non considerano tali paesi.

Fuga dei cervelli: un costo per lo stato
Conseguenza del mismatch di qualifica tra laureati e mondo del lavoro, il tema della fuga dei cervelli italiani all’estero, di cui si dibatte spesso a livello politico, rappresenta anche una voce di costo per lo Stato. Lo ha affermato il ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti nel corso di un suo intervento del 2019 alla Camera dei Deputati: “Ogni volta che un laureato se ne va dall’Italia è come se versassimo un assegno di 250.000 euro sul conto di un altro Paese che poi ci farà competizione sui mercati internazionali, magari con idee sviluppate da quel cervello formatosi a spese nostre”. Costo della fuga di cervelli a parte, il dato che emerge dalle analisi è che all’estero i laureati hanno maggiori possibilità di trovare un lavoro in linea con la loro preparazione e oltretutto guadagnano di più. In particolare secondo Eurostat nel 2019 il tasso di occupazione nei paesi europei è più alto in Svezia con l’82,1% che corrisponde a ben 8,9 punti percentuali rispetto alla media europea. In seconda posizione la Germania con un tasso di occupazione dell’80,6%. E l’Italia? Penultima con il 63,5%, davanti soltanto alla Grecia 61,2%. Secondo i dati forniti da Almalaurea – il Consorzio Interuniversitario riconosciuto come Ente di Ricerca, membro del Sistema Statistico Nazionale, che rappresenta 78 Atenei e circa il 90% dei laureati complessivamente usciti ogni anno dal sistema universitario italiano – è possibile confrontare le retribuzioni mensili a uno e a cinque anni dalla laurea degli occupati in Italia e all’estero. Se un occupato a un anno dalla laurea nel nostro Paese percepisce 1.314 euro medi mensili, all’estero la cifra sale a 1.817 euro (dati riferiti all’anno 2019). La differenza diventa ancora più evidente per gli occupati laureati da 5 anni. In questo caso in Italia la retribuzione media è di 1.511 euro mensili, mentre all’estero è di 2.319 euro (questi ultimi due dati si riferiscono all’anno 2015).
Quanto costa allo stato uno studente universitario?
Dai dati pubblicati dall’OECD – Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico – che riporta i principali indicatori sul sistema di istruzione in Europa e nei principali Paesi del mondo, relativamente al 2018 (ultimo periodo disponibile), si scopre che in Italia la spesa per ogni studente dell’istruzione terziaria è di circa 10.747 euro. Cifra che moltiplicata per 5 anni di studi universitari è pari a circa 53.773 euro. Per fare un raffronto con le prime tre della graduatoria a livello di spesa degli stati europei per l’istruzione, in Lussemburgo, che è primo della classe, per ogni studente lo stato spende 41.654 euro, in Regno Unito la spesa per studente è di 26.123 euro, in Svezia oltre 22.835 euro.
Giovani e nullafacenti: il fenomeno dei NEET
Hanno tra 15 e 29 anni, non hanno un’occupazione nè sono inseriti in alcun percorso di studi o formazione: sono i cosidetti NEET, acronimo dall’inglese “Neither in Education, Employment or Training”, un fenomeno che purtroppo ci riguarda da vicino. Nel nostro Paese infatti si registra la più alta incidenza di NEET dell’intera Unione Europea. La percentuale registrata da Eurostat nel 2020 arriva al 23,3%, superando di quasi 10 punti percentuali la media continentale del 13,7%. Il Paese con la percentuale di NEET più bassa è l’Olanda con il 5,7%. Anche i dati Istat confermano che quello dei NEET è un fenomeno particolarmente diffuso in Italia dove infatti oltre 2,1 milioni di giovani tra 15 e 29 anni non lavorano, non studiano e non seguono alcun percorso formativo. Le percentuali più elevate si registrano nelle regioni del Sud con un’incidenza del 37,5% in Sicilia, del 34,6% in Calabria e del 34,5% in Campania. Le donne risultano i soggetti più a rischio di inattività e disoccupazione. Anche in questo purtroppo abbiamo il triste primato. Nel nostro Paese nel 2020 Eurostat ha registrato un’incidenza dei NEET donne del 25,4%.





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Redazione

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