Una campagna vaccinale lenta, oltre 40mila contagi giornalieri e zero restrizioni: cosa sta succedendo nel Regno Unito?

 Una campagna vaccinale lenta, oltre 40mila contagi giornalieri e zero restrizioni: cosa sta succedendo nel Regno Unito?


Il mondo osserva e sotto la sua lente d’ingrandimento ci è finito ancora il Regno Unito. La colpa questa volta è della nuova variante di Sars-CoV-2 appena individuata e soprattutto dei suoi contagi.

Al di là della Manica i numeri della pandemia sono impietosi. Forse avrai sentito dei quasi 200 morti giornalieri e che da più di una settimana si contano quotidianamente più 40mila casi, ben dieci volte di più rispetto a quelli rilevati in Francia, Germania, Spagna o in Italia.

La giornata di giovedì 21 ottobre, con 52.009 casi confermati, ha segnato poi il numero più alto di contagi dal 17 luglio. Un record che di fronte al trend del +17,9% degli ultimi 7 giorni sembra purtroppo destinato a cadere in fretta.

Dall’altra parte della lente ci siamo (anche) noi. Che osserviamo un territorio alle prese con la quinta ondata di pandemia, in bilico tra la necessità di continuare a vivere la normalità riconquistata e il rischio del passo indietro verso misure di restrizione e ci chiediamo se, per caso, stiamo guardando nello specchio del futuro.

La nuova variante

Uno dei motivi per cui il Regno Unito preoccupa è che, ancora una volta, è diventato la culla di una forma nuova del virus. La sottovariante classificata AY.4.2 e ribattezzata “Delta plus” si caratterizza per la presenza di una mutazione sconosciuta che nelle ultime settimane è stata responsabile del 6% circa di tutte le infezioni.

Mentre ha già fatto il suo esordio anche in altre zone del mondo, dalla Russia agli Stati Uniti fino anche al nostro Paese, la scienza sta studiando e valutando la sua effettiva pericolosità. La paura è che possa eludere l’azione protettiva dei vaccini.

Alcuni esperti inglesi ritengono però che la sua capacità di trasmissione sarebbe superiore alle altre “al massimo del 10%” e non avrebbe quindi “nulla a che vedere” con le varianti Alfa o Delta che si erano contraddistinte per una trasmissibilità del 50-60% più alta.

Anche secondo il presidente dei virologi italiani Arnaldo Caruso, la variante AY.4.2 non dovrebbe creare assolutamente alcun problema all’efficacia della vaccinazione anti-Covid.

Il piano B

Il paradosso è che se la situazione britannica spaventa e preoccupa all’esterno, non sembra scalfire il muro sicurezza dentro cui si è riparato il Governo di Boris Johnson.

Il Ministro della Salute Edward Argar ha spiegato che il sistema sanitario del Regno Unito non si trova sotto una “pressione insostenibile”, aggiungendo che ci sarebbero circa 95mila posti letto negli ospedali inglesi, con 7mila occupati da pazienti Covid e 6mila attualmente vuoti. Numeri, ha detto Argar, che non giustificano ulteriori restrizioni o il cambio di piano.

La strategia con cui il Governo sta affrontando l’imminente inverno è il cosiddetto “piano A”, i cui punti cardine sono la campagna per le terze dosi di vaccino a circa 30 milioni di persone e una singola dose ai giovani tra i 12 e 15 anni, oltre alla raccomandazione – e non obbligo – di areazione nei locali al chiuso, del lavaggio delle mani e delle maschere nei luoghi affollati.

Non ha fatto breccia nemmeno l’allarme lanciato dalla British Medical Association, che ha accusato il Governo inglese di essere “intenzionalmente negligente” per non aver reimposto regole come le mascherine obbligatorie.

L’attacco è stato lanciato contro il governo di Londra dal momento che in Scozia, Galles e nell’Irlanda del Nord vigono altre norme e le mascherine sono necessarie, al chiuso come sui mezzi pubblici.

Il presidente della BMA Chaand Nagpaul ha detto, senza mezzi termini, che è il momento di passare al piano B. Che dunque è l’ora di reintrodurre l’obbligo delle mascherine in determinate circostanze e luoghi, i passaporti Covid simili al nostro Green pass per l’ingresso in discoteche e a grandi eventi e incentivare lo smart working al fine di evitare code e assembranti sui mezzi.

In una recente intervista rilasciata alla BBC, il primo ministro Johnson ha ammesso che sì, il numero di infezioni è alto ma che “siamo nei parametri di quali erano le previsioni, di ciò gli esperti hanno detto dove saremmo in questa fase visti i passi che abbiamo intrapreso” e che perciò “ci atteniamo al nostro piano”. Il piano A, dunque, non si tocca. Per ora.

Il Regno Unito è uno specchio per l’Italia?

Navigando a vista, come è inevitabile fare in mezzo a una pandemia, potrebbe venire da chiederti se ciò che sta accadendo nel Regno Unito possa in qualche modo rappresentare un pezzetto del nostro futuro.

La risposta certa non c’è e non possiamo neanche azzardarla: dovremmo infatti aver capito che nella scienza l’imprevedibilità e l’incertezza sono le certezze.

Per Boris Johnson il numero delle infezioni è alto ma tutto rientra nelle previsioni e il piano di gestione della pandemia non si cambia

La scuola in presenza, la ripresa praticamente di tutte le attività lavorative comprese le discoteche e i locali notturni e l’arrivo della stagione fredda potrebbero favorire quello che il virologo Fabrizio Pregliasco ci aveva definito “un ultimo colpo di coda” del virus, a causa del quale, carichi di un’altra buona dose di pazienza, dovremo continuare a mantenere mascherine e distanziamento.

A metterci un po’ più al riparo da una situazione paragonabile a quella inglese potrebbero giocare un ruolo le differenze, determinanti, nella gestione della pandemia.

Se ti ricordi, lo scorso 19 luglio il Regno Unito aveva deciso di riaprire tutto e di eliminare praticamente ogni misura restrittiva imposta nei mesi precedenti, dalle mascherine al distanziamento sociale.

La scelta, ardita e da alcuni anche invidiata, aveva preso in contropiede molti paesi dove, ancora oggi, l’obbligo delle mascherine per lo meno sui mezzi pubblici o nei luoghi chiusi è rimasto in vigore. Come in Italia.

La British Medical Association ha accusato il Governo inglese di essere intenzionalmente negligente per non aver reimposto l’obbligo delle mascherine

Qui dal 15 ottobre è poi diventato obbligatorio esibire il Green pass per accedere anche al proprio posto di lavoro, pena la sospensione dello stipendio. Il governo di Boris Johnson invece ha fatto un passo indietro anche sulle certificazioni vaccinali. In Uk, infatti, non è obbligatorio mostrare alcun Green pass per accedere a luoghi al chiuso, cinema, mostre o posti di lavoro.

Un altro punto debole della strategia anti-Covid inglese sembra la campagna vaccinale. Nel mirino è finita la velocità di crociera della macchina inglese. Ad oggi circa il 79% della popolazione over12 del Regno Unito ha ricevuto due dosi di vaccino quando in Italia siamo già oltre l’81% e proiettati al 90%. Nella fascia di età 12-19 anni, poi, solo il 30% si è immunizzato contro l’ampio 67% italiano.

Se Israele ha fatto da apripista anticipando tutti già dal mese di luglio, il Regno Unito è stato anche tra i primi che a settembre ha dato avvio al terzo giro di vaccinazioni anti-Covid, i famosi “booster jab” per gli over50, gli operatori sanitari, gli anziani, i fragili tra i 16 e 49 anni e i caregiver.

Anche qui, però, la campagna sembra zoppicare. Al 22 di ottobre (ultimo dato disponibile) appena 4.5milioni di persone avevano ricevuto la terza dose su una platea, come ti dicevo prima, di oltre 30milioni.

Noi invece continuiamo per la nostra strada. Da quando ha preso il via lo scorso 20 settembre, ad oggi 198.173 persone hanno ricevuto la terza dose addizionale, sfondando la quota del 22,57% della popolazione potenzialmente oggetto della dose addizionale, mentre 683.967 persone hanno ricevuto la dose “booster” (il 22,89% del totale potenziale). Oltre l’81% della popolazione over12, invece, ha già ricevuto entrambe le dose di vaccino completando il proprio ciclo di immunizzazione.

Cosa ci resta

Più che sulla previsione del futuro, la situazione inglese può aiutarci a focalizzare la nostra attenzione sulla rivalutazione del presente.

Quanto successo nel nostro Paese negli ultimi giorni, per esempio con la manifestazioni “no Green Pass” a Trieste, ha messo in luce ancora di più lo scontento di una fetta di popolazione. Di chi ritiene che l’obbligo della certificazione verde per lavorare sia una misura estrema e assolutamente non necessaria.

Il pugno duro scelto dal governo del premier Mario Draghi può non piacere e ad alcuni potrebbe sembrare esagerato.

Se guardiamo dall’altra parte della Manica, però, tutto cambia prospettiva e anche la strategia rigida del’Italia potrebbe non apparire più così “sbagliata”.

Fonte | NHS; Governo – Regno Unito


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Redazione

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