Salario minimo: perché in Italia non c’è? Il confronto UE

 Salario minimo: perché in Italia non c’è? Il confronto UE


Si torna a parlare di salario minimo, in questi giorni infatti il dibattito risulta acceso a proposito di questa tematica che più volte è già stata affrontata in passato. Il salario minimo consiste nell’introduzione di uno stipendio minimo, al di sotto del quale le aziende non possono andare, e per i cittadini per un certo verso questa misura potrebbe portare a numerosi vantaggi.

Il salario minimo per tanti è una misura sperata, perché garantirebbe una maggiore sicurezza economica, e potrebbe portare numerosi benefici anche nei confronti dei dati che riguardano da vicino la povertà nel paese. Il salario minimo non è una misura che si sta ipotizzando solamente in questo periodo, ma già in passato è stata analizzata più volte l’ipotesi della sua introduzione, anche se fino adesso nella pratica ancora non si è vista la sua applicazione.

Senza andare ad analizzare le ragioni politiche dietro all’eventualità di applicare il salario minimo, vediamo in questo articolo come funzionerebbe una misura di questo tipo, e quali sono al momento le pressioni europee in questa direzione. Va ricordato un dato importante che riguarda l’applicazione di questa misura all’estero. Come spiega un articolo recente di Tg24.sky.it, moltissimi paesi in Europa hanno già applicato il salario minimo:

“Nell’Unione europea, in 21 dei 27 Paesi membri è stato già introdotto il salario minimo, l’Italia è uno degli Stati che mancano all’appello. Ma nel nostro Paese, negli ultimi giorni, quello sulla soglia entro la quale non poter scendere per gli stipendi dei lavoratori è uno dei temi più caldi che vedono coinvolti la politica, i sindacati e il governo.”

Mentre nella maggior parte degli stati europei il salario minimo è già stato introdotto da tempo, in Italia ancora non è arrivato, e molti propongono un adeguamento all’UE in questo senso. Eppure Confindustria e i sindacati si dimostrano contrari all’applicazione di una simile misura, per alcuni motivi specifici. Vediamo in questo articolo quali potrebbero essere le prospettive italiane sul salario minimo, e quali sono le ipotesi di cui si sta discutendo.

Salario minimo in Europa: come funziona

In Europa molti paesi hanno deciso di stabilire un salario minimo, che comporta per tutti i lavoratori dipendenti una paga minima al di sotto della quale l’azienda e i datori di lavoro non possono scendere. Si tratta del limite più basso che le aziende possono garantire come paga ai dipendenti, impiegati e operai.

All’applicazione di un salario minimo esistono dei pro e dei contro, tuttavia è una misura che la maggior parte degli stati europei ha deciso di adottare, e spesso ci si chiede come mai in Italia ancora il salario minimo non è arrivato. La motivazione principale sta negli svantaggi che potrebbe portare nel paese, che principalmente riguardano l’eventualità di moltiplicarsi del lavoro in nero, ovvero senza contratto, e un aumento della disoccupazione.

Il salario minimo tuttavia attualmente viene applicato in Europa, se ben in forme diverse, in base allo stato. Wikipedia offre un grafico esplicativo con i dati che riguardano l’applicazione di questa misura nei diversi paesi europei, evidenziando come tra i paesi esclusi dal salario minimo ci sia anche l’Italia.

La soglia minima prevista per lo stipendio varia per ogni paese: il Lussemburgo e l’Irlanda presentano le soglie più alte (rispettivamente 2.201 euro e 1723,8 euro, da commisurare anche alla spesa media per vivere in questi paesi). In altri stati il salario minimo è molto inferiore, ad esempio in Albania è di 242,52 euro, a Montenegro è fissato a 331,33 euro.

Infine spiccano i paesi esclusi dalla misura: Regno Unito, Svizzera, Svezia e Norvegia, ma anche Finlandia, Danimarca, Austria e infine Italia. In questi paesi il salario minimo risulta assente, ma non sono assenti i dibattiti sull’eventualità di introdurre questa misura.

Salario minimo in Italia: i dibattiti

Quella di introdurre il salario minimo anche in Italia è una proposta che ha molto seguito, ma altrettanto seguito ha l’ipotesi di non introdurre questa misura, a causa dei numerosi svantaggi che questa può comportare. Tra i vantaggi citati che porterebbe questo cambiamento, molti indicano il miglioramento delle condizioni economiche generali dei cittadini.

Uno dei problemi più frequenti nel mondo del lavoro italiano infatti è quello della precarietà: lavori con stipendi bassi, contratti brevi, lavoro in nero. Per le giovani generazioni questo scenario è tutt’altro che semplice, e la povertà degli ultimi anni, causata anche dall’arrivo della pandemia, ha decisamente peggiorato la situazione per molti, tant’è che moltissime famiglie italiane hanno chiesto gli aiuti messi a disposizione dallo stato come il reddito di cittadinanza.

Il salario minimo in Italia avrebbe come conseguenza positiva l’aumento degli stipendi, e quindi un tenore di vita migliore per molti, e una sicurezza economica che garantirebbe una minore precarietà. Tuttavia il salario minimo avrebbe anche numerosi svantaggi. Per molti infatti aumenterebbe la disoccupazione e porterebbe ad un moltiplicarsi del lavoro in nero, perché il salario minimo andrebbe a svantaggio soprattutto delle aziende.

Alcuni temono dunque le ripercussioni del salario minimo sul tessuto aziendale e industriale italiano, e Confindustria si è espressa sul salario minimo, come spiega un articolo di Lanotiziagiornale.it:

“Il numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi (nella foto), ha detto di considerare in modo “molto positivo” l’apertura di un tavolo tra le parti sociali sulla questione ma ha subito chiarito la sua posizione. In Italia, ha ammesso, esiste in taluni casi il problema di stipendi bassi ma questo si risolve agendo sui contratti di quei settori in cui le paghe non sono “adeguate” e non introducendo un salario minimo per legge.”

Il problema degli stipendi bassi, che non garantiscono effettivamente un’entrata economica sufficiente, è reale, soprattutto nell’ultimo periodo. Stipendi bassi che come prima conseguenza provocano una fuga all’estero di moltissimi italiani ogni anno.

Salario minimo assente: la fuga all’estero

Oltre alle “fughe di cervelli” all’estero, moltissimi italiani ogni anno decidono di uscire dall’Italia proprio a causa di problemi di natura economica e lavorativa. Scappare all’estero per molti giovani non è solamente un’opportunità di avere un nuovo bagaglio di esperienze, ma risulta una scelta definitiva per migliorare la propria situazione economica e lavorativa.

Numerose testimonianze, documentate anche da Ilfattoquotidiano.it, dimostrano che molti italiani che hanno scelto di emigrare all’estero non sarebbero pronti a ritornare in Italia, principalmente per la mancanza di tutele nel mondo del lavoro, per i salari bassi e per motivazioni collegate.

Gli italiani all’estero sono moltissimi, e alcuni pensano che il salario minimo in Italia potrebbe essere un valido incentivo per poter tornare. Il salario minimo comporterebbe una maggiore sicurezza di impiego, e di fatto sarebbe una tutela aggiuntiva che moltissimi definiscono come “segno di civiltà”.

Tuttavia al momento il salario minimo in Italia è assente, e la Commissione Europea ha dimostrato più volte di spingere nell’introduzione di questa misura anche in Italia. In particolare gli ultimi anni di crisi, secondo le proposte UE, hanno dimostrato quanto questa misura sia urgente, per tutelare i lavoratori italiani anche nei momenti di crisi.

Lavoro e contratti nazionali: rimandato il salario minimo

Il dibattito sul salario minimo è sempre acceso, tuttavia l’Europa stessa ha dichiarato di rispettare gli accordi contrattuali dei singoli stati. In particolare in Italia i contratti di lavoro collettivo stabiliscono qual è il salario medio che i diversi lavoratori percepiscono per le mansioni svolte.

Una scelta verso il salario minimo di fatto stravolgerebbe completamente l’attuale adozione dei contratti collettivi nazionali. La contrattazione collettiva quindi viene messa al primo posto anche dalla stessa Europa, e un ipotetico cambiamento per l’Italia vorrebbe dire dover cambiare totalmente l’attuale sistema di contrattazione.

L’ipotesi del salario minimo è tornata alla ribalta proprio in questo periodo, a causa della forte crisi economica che ha investito l’Europa, e in particolare l’Italia, a seguito dell’arrivo della pandemia. Con l’emergenza sanitaria infatti il mercato del lavoro italiano ne ha risentito fortemente, e questo ha portato anche a situazioni estreme di povertà e disoccupazione, e spesso il sostentamento è garantito unicamente dai bonus dello stato e dagli aiuti come il reddito di cittadinanza.

Il reddito di cittadinanza in particolare risulta essere un altro tema ampiamente dibattuto in questo periodo: moltissime famiglie italiane l’hanno richiesto, e molte aziende e attività si vedono contrarie a questa misura perpetuata nel tempo, che disincentiverebbe la ricerca attiva di una nuova occupazione.

Sul lavoro le discussioni sono accese, e tuttavia il salario minimo non è da escludere come misura volta alla ripresa economica del paese, ma i timori sono ancora molti sulle conseguenze della misura.

Contratti collettivi: da rivedere?

Un’alternativa al salario minimo che si sta ipotizzando è quella di introdurre nuovi contratti collettivi nazionali, andando a modificare quelli attuali per garantire maggiore tutela ai lavoratori. Si parla di contratti collettivi che possano includere tutti quei lavoratori che risultano sotto pagati, in nero o precari.

Attualmente i contratti collettivi nazionali di lavoro garantiscono ai dipendenti un salario deciso anche in base agli accordi tra aziende e sindacati, e per molti questi contratti andrebbero rivisti in funzione di una maggiore inclusione per le fasce di lavoratori che risultano più precarie.

Nei contratti collettivi nazionali sono indicate le regole che le parti devono rispettare, e in particolare viene indicato anche il tipo di salario destinato ai lavoratori, in base al settore. Il CCNL (Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro) viene garantito su tutto il territorio italiano, stabilendo quali sono le regole tra le parti.

Questi contratti secondo alcune ipotesi andrebbero rivisti, alla luce della situazione economica attuale, e le modifiche potrebbero essere soluzioni efficaci in sostituzione di un salario minimo.

Copywriter e sviluppatrice di siti web, classe 1992.
Laureata in Scienze della Comunicazione all’Università degli Studi di Torino, da sempre sono appassionata di scrittura e ne ho fatto un lavoro. Autrice indipendente, ho pubblicato su Amazon la raccolta di racconti “Fantasia” per adulti e bambini. La mia curiosità mi ha portato a collaborare con agenzie web e a conoscere realtà anche diversissime tra loro. Nel tempo, ho svolto diverse attività di volontariato: durante gli anni di studio rappresentavo un’associazione studentesca impegnata ad organizzare eventi culturali nel mondo della comunicazione. Nel 2019 ho viaggiato all’estero, partecipando come volontaria ai lavori per il Global Platform for Disaster Risk Reduction presso l’ONU di Ginevra (Svizzera).





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Redazione

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