Marsiaj: Torino deve essere la città dell’auto, dell’industria e delle tecnologie, non dei servizi. Allarme competenze per centinaia di migliaia di posti di lavoro disponibili. Più attenzione alle periferie. I Neet sono il 20,4% dei giovani

 Marsiaj: Torino deve essere la città dell’auto, dell’industria e delle tecnologie, non dei servizi. Allarme competenze per centinaia di migliaia di posti di lavoro disponibili. Più attenzione alle periferie. I Neet sono il 20,4% dei giovani


Giorgio Marsiaj, Presidente dell’Unione Industriale di Torino

Signor Ministro, Autorità tutte, presidente Bonomi, prof. Cipolletta, colleghe e colleghi

A 15 mesi di distanza dalla mia elezione a presidente, è la prima volta che siamo riuniti in presenza. 

Anche se non abbiamo cessato mai di lavorare per le nostre imprese, è stato colpita duramente la stessa ragione d’essere associativa, lo stare insieme. Abbiamo sperimentato che non c’è schermo di vetro che possa sostituire la bellezza e la ricchezza dell’incontro personale, diretto. È una delle tante disumanità causate da questa pandemia.

Perciò: benvenuti e ben ritrovati!

Abbiamo scelto questo luogo per la nostra assemblea anche per il suo valore simbolico. Non dimentichiamo, infatti, che solo pochi mesi fa, proprio in questa grande sala delle Fucine dove oggi possiamo finalmente di nuovo incontrarci, c’erano i letti dell’ospedale Covid. 

Ed è simbolico anche il fatto che la sede di questa nostra Assemblea sia uno straordinario incubatore tecnologico sulle fondamenta di un luogo che testimonia la grandezza industriale di Torino.

Oggi, finalmente, possiamo guardare avanti. 

La lezione del Covid è stata davvero pesante, ma in verità ci ha offerto anche molte occasioni di utile riflessione.

Ripensare la scuola nel post-Covid

Giorgio Marsiaj, Presidente dell’Unione Industriale di Torino
Giorgio Marsiaj, Presidente dell’Unione Industriale di Torino

La prima tra queste riguarda la scuola. E voglio dare subito il benvenuto agli studenti e ai docenti degli Istituti Scolastici Agnelli, Avogadro, Galilei-Ferrari e Pininfarina, della Scuola Camerana e dell’ITS Mobilità sostenibile Aerospazio/Meccatronica, oggi nostri ospiti, che saluto e ringrazio per la loro presenza. 

La lotta alla pandemia, con le scuole chiuse, ha causato un costo altissimo per una generazione di giovani esclusi dai benefici del confronto, della condivisione, della formazione comune che, a quella età, è vita vera.

Una recente ricerca della Fondazione Agnelli ha fatto un quadro allarmante del livello di preparazione degli studenti delle scuole medie, proprio quelli che il lockdown ha lasciato completamente a casa.

Lo ricordo perché la crisi della scuola è all’origine di una delle più grandi contraddizioni del nostro sistema sociale e cioè che in Italia vi sono 2,3 milioni di disoccupati, ma non si trova mano d’opera adatta per il 36% dei posti di lavoro offerti dalle aziende. Federmeccanica lamenta una carenza del 56%. L’80% dei lavori attuali cambierà profondamente nei prossimi 10 anni e il 44% è già inadeguato alle richieste.

Ecco perché questa della scuole chiuse è stata una grave sconfitta portata da una disgrazia con oltre 130 mila morti, la caduta del 9% del Pil e 1.2 milioni di nuovi disoccupati. 

Purtroppo, la pandemia ha svelato le fragilità di una società i cui meccanismi hanno prodotto divisioni, diseguaglianze e rinuncia a cercare lavoro. Calcoliamo che i Neet, nella Città metropolitana di Torino siano il 20,4% e in tutto il Piemonte si arrivi a 100 mila. Non possiamo permettercelo. 

Il risveglio dell’industria

Nonostante tutto, voglio però indicarvi alcune cose positive su cui riflettere.

Innanzitutto, lo straordinario eroismo civile di tante persone e di tante categorie professionali, non solo nella sanità, ma anche nell’industria.

Abbiamo avuto la conferma che le politiche sociali giuste sono quelle inclusive e lo hanno dimostrato le Fondazioni bancarie del nostro territorio, i cui Presidenti saluto qui stamane, e un terzo settore, fatto di volontariato e generosità, che a Torino è tra i più dinamici del mondo.

C’è stata poi una grande prova di resistenza e di forza dell’industria e in particolare della manifattura. 

Dall’inizio del secondo semestre del 2021, con il controllo della curva pandemica, le cose sono cambiate e per la prima volta, l’Italia produttiva non è in fondo alle classifiche, e la differenza la fa proprio l’industria, in un mix virtuoso di mercati globali e forza territoriale, con un ruolo rinnovato delle filiere che hanno creduto alla sfida del 4.0, e non solo.

Scienze e competenza: le chiavi per affrontare il futuro

Altra considerazione positiva: la pandemia ha evidenziato la cruda forza dei fatti, facendo emergere l’importanza della competenza e il ruolo della scienza.

Quanto sia decisiva, lo dimostra la rapidissima sperimentazione, produzione e distribuzione dei vaccini in ben 3 miliardi di dosi. È il frutto di investimenti anche lontani nel tempo, in collaborazione virtuosa ed esemplare tra industria e ricerca, tra pubblico e privato.  

Solo un anno fa, in questi giorni, nessuno era vaccinato, c’era il coprifuoco ed eravamo chiusi nei confini regionali.

Cominciamo oggi a sperare, ma resta prioritaria la difesa di un interesse sanitario generale, con modalità di controllo che hanno creato problemi anche alle nostre imprese, ma sono oggettivamente necessarie.  

Per questo, sono francamente inaccettabili le resistenze, addirittura i moti di piazza e ancor più l’assalto a sedi sindacali, cosa che condanniamo totalmente, esprimendo sincera solidarietà alla Cgil.

È dunque un bene che il Governo abbia preso a un certo punto decisioni nette.

La forte ripresa economica in atto, che accelera i tempi di recupero rispetto alla crisi, è superiore alle attese. 

Il 6%, anzi – secondo Confindustria – il 6,1% di crescita del Pil previsto quest’anno, e il 4,1% del 2022, l’aumento del 20% della produzione industriale, il significativo boom degli investimenti in macchine e robot (+52% secondo Ucimu), consentiranno forse già a metà 2022 di superare la situazione precrisi e indicano pertanto qualcosa di più di un rimbalzo, e cioè la forte energia di un sistema produttivo, ma anche civile. 

Questo ci rende più forti anche di fronte a fattori non altrettanto confortanti, come l’alto costo delle materie prime e dell’energia che riguarda tutti i settori produttivi e la carenza di microchip, quest’ultima per tutto il prossimo anno, dato l’ampio lead-time della produzione dei semiconduttori.

Si calcolano 7 milioni in meno di auto prodotte a livello globale nel 2021, con modifiche profonde nella composizione dell’offerta mondiale. 

Sono incertezze che pesano, per chi come noi auspica che Torino partecipi a questa offerta e al tempo stesso conservi qui la parte pensante dell’industria dell’automotive.

Il ruolo di Draghi è stato fondamentale, ma non possiamo affidarci solo alla sua credibilità e autorevolezza

Ma torniamo ai cambiamenti evidenziati e indotti dalla pandemia.

Nel confronto con il passato recente, colpisce l’oggettiva rivoluzione nella politica italiana, che grazie al Presidente Draghi e al suo Governo ha acquisito una nuova autorevolezza a livello internazionale, portando avanti il programma di riforme necessario per rispettare l’attuazione del Recovery europeo. 

Non possiamo, però, affidarci solo al prestigio e alla credibilità del Presidente del Consiglio. Questi devono diventare punti di forza dell’intero sistema Paese.

Ne abbiamo bisogno per dare un apporto convinto a quanto di nuovo si muove anche nella politica europea e dire la nostra nella nuova geopolitica multilaterale. 

La globalizzazione non è un problema ma un’opportunità. 

Ha consentito di riscattare un miliardo di esseri umani dalla povertà assoluta e ora deve facilitare una risposta globale alla pandemia.

In un quadro così complesso e articolato, su uno sfondo in chiaroscuro – l’enigma Cina, l’aggressività di alcune potenze regionali, le difficoltà americane dopo la pessima uscita dall’Afghanistan –  voglio tuttavia cogliere soprattutto gli aspetti positivi.

La cosa più importante è la speranza di una nuova Europa. Brexit e Covid sono state due dannazioni, ma la risposta che ne è scaturita – apertura al debito comune e ricerca di una politica estera e di difesa – è quella giusta e deve continuare a essere più forte delle resistenze che vi si oppongono, come la sentenza della Corte polacca che rovescia il senso stesso dell’Unione europea, e la sconcertante richiesta di nuovi muri alle frontiere.

Pur avendo perso il Regno Unito, l’Europa è una potenza economica in grado di essere prima nel mondo. Serve, però, che una politica europea unita pesi di più su temi chiave: immigrazione, diritti civili, welfare, sviluppo. La Banca Europea sta già facendo più di quello che le affida il suo ruolo formale, l’euro è forte nel mondo.

Pnrr: un piano ambizioso 

La grande occasione da cogliere è allora innanzitutto il “Next Generation EU”, che per noi significa il rispetto integrale e veloce dello spirito di fondo del Pnrr: soldi non in cambio di riforme, ma per le riforme.

Modernizzare e riformare è quanto più di complesso possa esserci, e richiede professionalità e profondità culturale, oggi molto carenti in Italia. La modernizzazione è una esigenza della storia, una risposta efficace proprio ai bisogni dei popoli. E l’impresa libera ne è l’ingrediente necessario, insieme alla scienza, alla competenza e alla ricerca.

Con il Pnrr abbiamo di fronte un impegno di 6 anni, che non sarà di mera erogazione, per nulla scontata, di miliardi di euro da parte dell’Europa, ma un preciso e ben cadenzato calendario di riforme. Anche un premier autorevole come Mario Draghi sta facendo e dovrà fare i conti con una resistenza passiva che non è resilienza, ma minaccia al rispetto di una tempistica che invece non ammette ritardi.

Il Pnrr è un buon piano. Ma è un Piano difficilissimo da realizzare in così poco tempo. Prevede 528 precondizioni da rispettare e soprattutto sono ben 42 le riforme da avviare entro fine anno, cioè alla scadenza del primo rendiconto. Solo un terzo è già definito, mancano pezzi decisivi come concorrenza e lavoro.

Dobbiamo farcela a tutti i costi, perché occasioni come questa non tornano più, ma non deve più accadere che occorrano in media 14 anni per fare un’opera pubblica.

Non dimentichiamoci mai che il Piano è intitolato ai giovani, alle prossime generazioni. 

La straordinaria disponibilità di denaro è una opportunità senza precedenti, in grado oltretutto di sommarsi con una mole altrettanto grande di investimenti privati.

Se manchiamo questa occasione, c’è il rischio di un disastro epocale, in grado di travolgere il Paese e con esso l’Europa.

L’Ue, con il Recovery, non ha fatto regali, e non chiuderà gli occhi di fronte alle nostre inadempienze, quali il rispetto assoluto della tempistica programmata. 

Se il nostro Paese è troppo grande per fallire, ma poi fallisce, travolge tutti, e i soci europei lo sanno bene.

Le risorse ci sono e la veloce ripresa in corso dimostra che il sistema ha fiducia. Recuperare 10 punti di Pil già nel 2022 sarà gran cosa, ma non dimentichiamo che a inizio 2020 eravamo in ritardo rispetto agli esiti della crisi internazionale precedente.

Il Mef prevede che nel 2024, la ripresa assestata sarà attorno al’1,9%. Non basta per affrontare un debito enorme, abbiamo bisogno di salire a regime sopra il 2%, ma nei 10 anni pre Covid la crescita era in media dello 0,2%, fortemente lontana dai nostri concorrenti europei! 

Negli ultimi 30 anni, la produttività totale dei fattori è cresciuta in Germania del 23%, in Francia del 10% e in Italia è scesa del 12,5%. 

Dobbiamo invertire queste tendenze, augurandoci che alcune nubi all’orizzonte siano di breve durata.

C’è ad esempio il problema inflazione, fino a ieri e a lungo molto bassa, ora sferzata dall’aumento abnorme delle materie prime e dell’energia.

Secondo i mercati finanziari e i regolatori sarà transitoria; è una inflazione di offerta e al momento non sembra provocare una normalizzazione anticipata della politica monetaria e ripristinare le condizioni di fragilità finanziaria dei paesi come il nostro con debiti pubblici eccessivi, oggi al 153,5%.  Ci auguriamo insomma di non rivedere la stagflazione. 

Ma, ricordiamolo sempre, per spegnere l’inflazione il metodo più sicuro sono gli investimenti.

La scommessa del PNRR è tutta in questa capacità di riattivare i motori della ripresa.

Prendiamo ad esempio l’edilizia, che è al centro di qualsiasi progetto di crescita per i tanti settori che trascina.

La politica degli incentivi finalizzati al risparmio energetico e alla trasparenza fiscale ha fatto risalire un settore alle prese con una crisi epocale.  Nel 2021, ci sono stati investimenti per 24 miliardi e una crescita del 44,3% sull’anno della pandemia, ma anche del 23,3% rispetto al 2019. 

Occorre poi che si rafforzi sempre più l’export, che nel secondo trimestre è cresciuto del 40%, più di Germania, Francia e Spagna. La previsione è di un +14% quest’anno.

Nel chiaro-scuro della situazione attuale cerchiamo dunque di vedere le cose in positivo, come sta nel vero spirito imprenditoriale. 

Sarebbe straordinario arrivare al 2026, traguardo del Pnrr, e scoprire che il lungo elenco di cose da fare che caratterizzava in passato qualunque relazione in Assemblee come questa, non sarà più una litania di speranze, ma la constatazione di cambiamenti veri in campi essenziali: giustizia, fisco, burocrazia, pensioni, opere pubbliche.

A rovinare tutto può essere solo una classe dirigente (noi compresi) che insegua le sue debolezze, aggravate da un sistema politico in difficoltà, come l’astensionismo elettorale dimostra. 

Certo, non sono conciliabili un piano come il Next generation EU di impianto europeo e modelli politico culturali radicalmente opposti. È un punto centrale.

Del metodo Draghi apprezziamo pragmatismo, flessibilità e capacità di passar oltre i proclami che spesso non durano neppure un giorno.

È bastata una osservazione ovvia del ministro Cingolani sulla necessità di trarre vantaggio da nuove tecnologie sicure e convenienti nel nucleare, per far innalzare immediatamente il totem ideologico.  

È mai possibile che una tecnologia sia qualcosa di innominabile, di squalificante per chi evoca la parola stessa?

L’obiettivo che conta è la difesa e la conservazione del nostro pianeta per i nostri figli. Noi siamo quindi per la neutralità tecnologica, ci affidiamo alla scienza per trovare le soluzioni migliori e non alla ideologia. E in Italia abbiamo bisogno di soluzioni, in particolare nel corretto rapporto ambiente/energia, bloccato da decenni di parole.

Invochiamo tutti le fonti rinnovabili, ma – se si fanno solo dibattiti –  la domanda delle non rinnovabili oggi si impenna: il prezzo del greggio è raddoppiato in un anno, la fornitura del gas del 230%, il carbone di 4 volte. Importiamo gas e compriamo elettricità all’estero, molta dal nucleare francese, ma lapidiamo un ministro che dice la verità.

No al deposito delle scorie, no alle trivelle, ai rigassificatori, ai gasdotti, ai termovalorizatori, no ai depositi di gas sottoterra. Sempre no.

Del resto, quali progressi ambientali ha garantito alla Val di Susa l’interminabile guerriglia ideologica scatenata contro un’opera di interesse internazionale, come l’AV ferroviaria, oggetto di un consenso che a Torino è stato pacifico e argomentato? Noi, in materia, vorremmo parlare non di pregiudizi ma di realizzazioni utili per Torino, di cose concrete come quella di scegliere il collegamento all’interporto di Orbassano. 

Non è possibile che l’AV sia diventata questione di ordine pubblico e non di carattere economico!

L’industria è attentissima alla questione della sostenibilità ambientale. Il nostro impegno sulla transizione energetica è serio e concreto. L’Unione Europea produce solo l’8% delle emissioni mondiali. In Italia famiglie ed imprese hanno pagato in bolletta in 10 anni 130 miliardi di euro per le rinnovabili. In trent’anni abbiamo abbattuto del 19% le emissioni e il PNRR ci chiede di aumentare di 4 volte la velocità di questo processo e moltiplicare per 10 le rinnovabili ogni anno.

Sarà molto dura, dobbiamo saperlo. Ma stiamo lavorando seriamente.

Faccio solo un esempio del nostro impegno per la sostenibilità ambientale. Entro il 2023 giungerà a compimento un percorso di cui pochi parlano, e cioè la definizione del pacchetto europeo “Fit for 55”. Portare a meno 55% le emissioni nel 2030 rispetto al 1990 è una sfida formidabile, una rivoluzione che coinvolge tutti coloro che usano l’energia. 

Tutto questo è, e sarà, sempre più un impegno decisivo per le imprese, convinte che la transizione ecologica non è solo un dovere dell’umanità, ma è più conveniente per tutti. Siamo insomma consapevoli che c’è una mentalità da cambiare, una nuova lista di priorità.

Tutta questa mia relazione vuole avere come filo conduttore l’appello alla concretezza e al pragmatismo, oggi ben rappresentati al Governo.

Carlo Bonomi, presidente di Confindustria.
Carlo Bonomi, presidente di Confindustria

Non è sempre stato così. Diamo atto al presidente Bonomi di aver assunto nel 2020 con molta grinta la presidenza della nostra organizzazione in un momento in cui ancora prevaleva l’Italia della decrescita felice.

Serviva in quel momento prendere di petto la situazione e ringraziamo Bonomi di averlo fatto, così come oggi fa bene a segnalare quello che non va, quando la politica sembra ritagliarsi – rispetto al “fare” – lo spazio del “contraddire” alla ricerca perenne di minoranze di elettori.

Molto dobbiamo fare anche noi imprenditori. Ritengo un problema italiano grave la questione della dimensione d’impresa. 

I dati della Banca d’Italia parlano chiaro. Le nostre aziende medio-grandi sono in cima alla classifica europea per produttività. Le imprese piccole, invece, sono di gran lunga in coda, direi in zona retrocessione. Non è solo una metafora. Rischiano proprio di scomparire dal campionato della competitività. 

Ecco perché sogno un sistema in cui il piccolo voglia diventare medio e il medio diventare grande.

Il capitalismo familiare è una ricchezza, ma la managerialità non è ereditaria. Dobbiamo avere la generosità di aprirci e rinnovarci.

Dimensione non significa solo crescita di fatturato. Nella mia visione delle cose significa anche aggregazioni e acquisizioni, che implicano una nuova mentalità, nuovi confronti, nuovi rischi. Significa anche appartenere a una filiera, distribuire i compiti, valorizzare la specializzazione, fare sistema. Questa è la via obbligata della produttività, della competitività e della forza sui mercati esteri.

Un buon esempio è venuto dalle Banche, e fa piacere constatare che anche questo moto di rinnovamento dimensionale abbia avuto a Torino una delle svolte più importanti, senza egoismi e provincialismi.

Si torna in definitiva al ruolo dell’impresa e alle sue finalità sociali come creatrice di lavoro. 

Vale per noi e vale per le multinazionali che alcuni guardano con sospetto. 

Certo che vanno adottate politiche fiscali serie ed eque, ed è infatti un primo passo importante l’accordo di 136 paesi Ocse sulla minimum tax.   Ed è vero che non si può licenziare via Facebook.

Il problema è superare la diffidenza degli stranieri che vogliono investire in Italia. La soluzione è discutere e individuare percorsi rispettosi dei lavoratori e delle comunità. 

Nella recente Assemblea, Confindustria ha proposto un patto tra le forze sociali non facile da realizzare, ma giustificato dalle scadenze che ci attendono e dai cambiamenti amplificati dalla crisi Covid, come lo smart working.

Faccio mia la proposta di Bonomi sul patto, con una premessa su un punto non nuovo, ma discriminante: battersi perché si passi dalla tutela del posto di lavoro, alla tutela del lavoratore.

Per cominciare, chiediamo una riforma del mercato del lavoro e delle politiche attive che attendiamo dall’inizio della crisi Covid. C’era tutto il tempo per lavorare sulle proposte esistenti, tra le quali, dall’estate 2020, quella di Confindustria, e nulla è invece ancora accaduto.

Il percorso virtuoso parte dal riconoscimento al disoccupato involontario di un sussidio economico finalizzato alla ricollocazione e caratterizzato da fattiva collaborazione.

La Naspi, da rimettere in sesto dopo che il reddito di cittadinanza ne aveva assorbito le risorse, deve avere condizionalità da legare ad un vero assegno di ricollocazione.

L’agenzia del lavoro deve essere autonoma, non inserita nella burocrazia ministeriale e l’incrocio tra domanda e offerta deve essere evidente e trasparente.

Per finanziare il reddito di cittadinanza sono state trovate in poche settimane, e poi spese, risorse ingenti. 

Con quei soldi si può fare meglio, molto meglio.

Allo Stato chiediamo inoltre una svolta nella fiscalità sul lavoro e sull’impresa. La riforma fiscale, cardine del Pnrr, deve mettere al centro una questione non più rinviabile: il superamento dell’IRAP, tormento della piccola impresa, e l’abbattimento del cuneo fiscale, che è all’origine dei bassi salari netti e di costi che penalizzano merito e produttività.

In vista di scadenze ferree e di nodi come quello del salario minimo, la soluzione sono relazioni fluide con il Sindacato.

Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, che, anche se non sempre andiamo d’accordo, noi e i sindacati abbiamo uno scopo comune: creare sviluppo e quindi lavoro.

Il ruolo di Torino per la ripresa

Veniamo infine a parlare della nostra città. 

Torino Skyline

L’economia di Torino ha sofferto come e più di altre durante la crisi pandemica. Il sistema torinese si è praticamente fermato, con il blocco di oltre il 45% cento delle attività produttive, impossibilitate ad esercitare per alcune settimane l’attività. Nel 2020 le ore totali autorizzate di cassa integrazione sono arrivate complessivamente in Piemonte a 283 milioni 602 mila, contro i 32 milioni 464mila del 2019. 

Permangono nel 2021 le complessità della congiuntura dell’automotive, per i colli di bottiglia indotti dalla “crisi dei chip”, destinata – speriamo – a riassorbirsi nel medio periodo.

Non dobbiamo cedere alla tentazione, soprattutto noi torinesi e piemontesi, di attribuire tutti i nostri mali alla pandemia. Secondo Banca d’Italia la dinamica economica piemontese è deludente da molto prima del Covid. Fatto 100 il Pil del 1995, nel 2019 quello italiano era arrivato a 115, quello lombardo al 125, mentre il Pil del Piemonte raggiungeva il livello appena di 107.

Già prima del 2020, infatti, in molti riflettevano costruttivamente sul progressivo declino del sistema torinese. Penso, ad esempio, al rapporto Giorgio Rota su Torino del Centro Einaudi.

La terziarizzazione che ha fatto la fortuna di Milano non ha svolto né un ruolo trainante a Torino, né ha compensato la maturità di alcuni comparti manifatturieri. La ricerca di vocazioni alternative ha, per ora, soddisfatto solo parzialmente i bisogni della crescita, nel tempo inferiore a quella media del Nord Italia. Un dato su tutti: nel 2020 a Torino il reddito per abitante è stato di 22.700 euro. A Milano di 29mila.

Adesso, però, le cose potrebbero cambiare, anzi: devono cambiare, perché ci troviamo in una condizione favorevole. Infatti ciò che traina l’economia mondiale e il suo cambiamento è l’accelerazione del progresso tecnologico. Un’epoca di cambiamento tecnologico tanto rapido non si era mai verificata. Le economie a vocazione tecnologica come la nostra, se investono, possono agganciare lo sviluppo.

Torino non è una città in cerca di futuro, come si dice. È una città a vocazione tecnologica, e oggi la tecnologia si nutre più di trasversalità, di ibridazioni che di processi e filiere verticali. 

Il più grande settore storico di Torino e del Piemonte, quello dell’auto, è soggetto a una trasformazione epocale. E l’auto resta il nostro core business. Non lo dico io, lo dice – senza sottovalutare tutto il resto – la forza di quasi 800 aziende della componentistica e di 70mila occupati. L’auto è una fantastica creatrice di innovazione che poi si diffonde in altri settori.

Linea di produzione nella fabbrica Fca di Torino

Dentro un’automobile con i sistemi avanzati di guida, ci sono decine di chip e ci sono più righe di codice di programmazione che nell’intero sistema operativo Linux. Un’automobile connessa, di quelle che useranno il 5g, spinto dal PNRR, ha 100 milioni di righe di codice informatico. Manifattura, silicio e creazione immateriale di codici si sono ibridati. Chi dirige l’orchestra della catena del valore è il cliente finale. Ma le persone e le aziende che si muovono attorno all’auto stanno in tutto il mondo, studiano e sviluppano in tutto il mondo, creano valore in tutto il mondo. Se comprendiamo bene questo, è chiaro che è cambiato il modo di stare dentro una filiera, cogliendo le opportunità dei prossimi anni. La trasformazione elettrica, la guida autonoma e l’idrogeno muoveranno risorse gigantesche. I primi cinque gruppi mondiali hanno investito in R&D nel 2020 67 miliardi di dollari. Nei prossimi 5 anni affronteranno complessivamente investimenti legati all’elettrificazione per 228 miliardi di dollari, che sono quanto un intero PNRR, più o meno nello stesso periodo. Il gruppo Stellantis 34 miliardi. E questi saranno tutti investimenti globali. 

Le 762 imprese piemontesi della mobilità troveranno i riflessi di queste cifre gigantesche nel loro conto economico, andando nel mondo a cercarli e – ne sono certo – battendo la concorrenza! 

Fino ad oggi la particolare propensione alle esportazioni è stata una cartina di tornasole dell’efficienza e competitività torinese. A causa della crisi del Covid, nell’anno 2020 le esportazioni piemontesi si sono contratte del 13 per cento. Nello stesso periodo il calo del commercio mondiale è stato dell’8,9 per cento. Abbiamo quindi sofferto di più della media, perché la risposta organizzativa alla pandemia è stata fatta bloccando l’industria della mobilità, che pulsa proprio qui. Ma nel 2021 abbiamo rimbalzato forte: +6,4% nel primo trimestre e +30% nei primi sei mesi dell’anno. I dati suggeriscono che abbiamo agganciato la ripresa mondiale a V, e che abbiamo la prospettiva di recuperare i livelli della produzione prima del previsto. 

Il messaggio che vorrei lasciare è che lo storico concreto posizionamento di Torino nella tecnologia è adatto al momento e possiamo tornare a crescere in tutti i settori tecnologici e non solo nell’auto. Pensiamo all’aerospazio, alla meccanica strumentale, alla filiera del food, del turismo e della cultura. 

Torino deve offrire alle imprese la possibilità di sviluppare il vantaggio competitivo attraverso competenze sempre aggiornate; relazioni internazionali concrete; opzioni di innovazione; logistica, trasporti e collegamenti di primo ordine. 

E aggiungo: Torino deve essere una comunità dove per le persone sia non solo piacevole vivere, ma dove sia più difficile slittare socialmente indietro. 

Purtroppo, la pandemia ha svelato le fragilità di una società i cui meccanismi hanno consentito l’apertura di divisioni tra chi ha un lavoro e chi non ce l’ha. Tra chi ha una casa sicura e chi non può più permettersela. Tra la condizione di chi ha un impiego garantito e chi ha un impiego precario, in particolare tra i giovani. 

Avere una base economica che funziona bene serve a fronteggiare anche queste grandi questioni sociali.

Ecco l’importanza di padroneggiare le tecnologie trasversali, come l’intelligenza artificiale, possedere le corrette relazioni internazionali, esplorare le frontiere delle biotecnologie o nella robotica medica.

Il sociale e l’economico trovano così un punto di incontro.

Insisto sul concetto di inclusione, perché ricucire la società mentre si rilancia l’economia dovrà essere l’obiettivo che lega tutti noi nei prossimi anni. Torino ha una antica tradizione inclusiva e di accoglienza, che continua ancora oggi con una immigrazione importante. 

Ne approfitto per ricordare che proprio Torino ospiterà, ed è la prima volta per l’Italia, i Giochi Mondiali Invernali Special Olympics, che consentono a bambini e adulti con disabilità intellettive di allenarsi e gareggiare in una varietà di discipline olimpiche. L’Unione Industriali appoggia questa manifestazione, che invito tutti voi a sostenere.

Nessuno si può tirare indietro. Ognuno deve fare qualcosa di concreto. Sempre come Unione Industriali cerchiamo ad esempio di dare un contributo per rimediare al vuoto nell’apprendimento scolastico da cui ho preso le mosse. 

Stiamo infatti collaborando con associazioni del terzo settore impegnate nei doposcuola per aiutare circa cinquecento ragazzi e ragazze delle scuole medie torinesi, in particolare nei quartieri Barriera di Milano, Aurora e San Salvario, ad avere un supporto quotidiano nello studio. In questa direzione va anche il volontariato educativo che richiediamo ai vincitori delle nostre Borse di Studio in materie scientifiche, che verranno bandite anche per il 2022. Come nella scorsa edizione, i 50 vincitori, a pochi passi dalla laurea magistrale, si metteranno a disposizione delle scuole medie del territorio per offrire corsi di recupero. 

Ma non solo. A Torino sta aumentando drammaticamente il numero di persone senza una casa. Perciò, sempre in collaborazione con il terzo settore e con i servizi sociali del Comune, stiamo pensando di intervenire sulla formazione dei volontari che assistono gli adulti senza dimora e per rendere più vivibili le strutture di accoglienza notturna.

Anche se i problemi sono enormi, non dobbiamo rassegnarci. Noi non ci rassegniamo, e considero l’impegno sociale una delle missioni della nostra Unione.

Oltre a una favorevole cultura politica, imprenditoriale, sociale abbiamo ora il PNRR, che fornisce molte risorse per costruire una transizione tecnologica, ambientale, digitale che rappresenti un vero progresso per più persone possibile. Ma il PNRR è un piano e un piano non basta. Occorre agire, applicarlo in concreto.

Ci sono importanti investimenti da fare per i quali la collaborazione con il decisore pubblico è fondamentale, a cominciare dal recupero dei siti industriali orfani o dalle piattaforme per l’innovazione tecnologica. 

Per quanto riguarda la concreta ricaduta sul nostro territorio delle riforme, abbiamo già individuato, al tavolo del Ministro Giorgetti, insieme a Regione ed Enti locali, le priorità, che sono 4: mobilità sostenibile, aerospazio, intelligenza artificiale, promozione del ricorso all’idrogeno.

Vogliamo insomma concorrere alle voci del PNRR che migliorano i fattori locali di competitività tecnologica e di accrescimento del capitale umano. Ma non basta. Chiediamo di decidere su un modello organizzativo efficiente, con una rilanciata finanziaria regionale proattiva, capace di declinare su questo territorio anche gli investimenti del PNRR in ambito ambientale, salute e cultura. Si combattono solo così la disoccupazione giovanile e le differenze di genere. Perché – lo ripeto – c’è vero progresso solo se tecnologia ed economia sono gli strumenti per ottenere una comunità socialmente e umanamente più forte. 

Investire nei prossimi anni sarà una grande sfida, utile alla società e vantaggioso per i nostri soci e azionisti. Nell’anno e mezzo della pandemia, i depositi bancari sono passati da 126 a 139 miliardi in Piemonte e a Torino da 68 a 75 miliardi. In appena 18 mesi la virtù del risparmio ha permesso di accantonare più o meno un altro PNRR e un altro Piano Regionale. Sono risorse preziose in un momento ideale per investire, dato il ventaglio formidabile dei cambiamenti in cui inserirsi. 

I tassi di interesse sui prestiti, grazie alla Bce, sono oggi all’1,2%. Nel 2012 durante la crisi dei debiti sovrani erano al 4%. Il territorio ha le risorse da investire con condizioni del mercato finanziario che non si erano mai verificate. 

Il nostro impegno sarà farne il migliore uso possibile per assicurare un futuro alle nostre aziende e generare occupazione.

Quella di investire è una responsabilità che sentiamo, ma non è solo nostra. La condividiamo con il settore bancario e finanziario, che esortiamo ad accompagnarci con convinzione e senza timidezze. E la condividiamo con il settore pubblico. 

Il rilancio del territorio passerà certamente dalla ripresa di un ciclo degli investimenti pubblici che dovranno essere favoriti anche da una minore complessità amministrativa. 

Le partecipazioni tra pubblico e privato sono ancora scarse. Si discute da decenni della loro utilità, ma mi sento di dire che non solo sono utili, ma necessari.

Su questi temi, ascolteremo il prof. Innocenzo Cipolletta, che abbiamo invitato proprio per avere un’opinione importante di un grande conoscitore del rapporto tra finanza e industria. 

La responsabilità di un ambiente più favorevole agli investimenti, privati e pubblici, non è solo fatta da regole semplificate e agevolazioni finanziarie. È anche dall’azione tecnica delle amministrazioni. Una volta riformate le regole e ordinati gli investimenti, si avviano processi amministrativi che sono nelle mani di manager pubblici. 

Sappiamo che è in corso una riforma, che renderà più semplici i concorsi per eliminare i vuoti nelle funzioni tecniche. Questo porterà più giovani nella pubblica amministrazione, dotati di energie fresche e di competenze aggiornate. 

La formazione continua nutre, infatti, l’innovazione continua quale necessità di tutte le organizzazioni, private e pubbliche, senza differenza. Chiediamoci come faremo ad affrontare la transizione digitale e la transizione green, se non rinnoveremo le competenze delle persone, nel privato come nel pubblico. Dobbiamo fare di più, da subito. Così da subito siamo disponibili a un confronto su questo, anche con gli organismi pubblici e gli altri corpi intermedi.

Presto a Torino inizierà l’attività della nuova amministrazione. 

Vorrei segnalare tre priorità: a) più attenzione alle periferie, non in chiave di assistenza, ma per portarvi sviluppo; l’astensione dal voto è stato un segnale da cogliere e da risolvere b) accendere un faro sulle infrastrutture economiche, materiali e immateriali, di trasporto e non, digitali e della conoscenza, che ci sono o che mancano. Senza di esse la pianta dello sviluppo non potrà prosperare; c) e poi, una questione di metodo: la rinascita di Torino ha bisogno del sostegno di tutti. Facciamo crescere Torino insieme. Non sottovalutiamo il valore della collaborazione tra le istituzioni e il territorio. Siamo tutti interessati a centrare lo stesso obiettivo.

L’Unione Industriali è pronta a fare la sua parte!

Cari colleghi, illustre Ministro, Autorità tutte.

I nostri padri sono stati generosi con noi. Ci hanno dato una comunità dotata di un carattere tenace, derivante dall’asprezza della vita ai piedi dei monti. 

Ho ispirato fin dal primo momento la mia presidenza a tre valori complementari: “crescita, sostenibilità, inclusione”.

Si tratta di due valori morali, di metodo e di approccio culturale, insieme a una assoluta priorità materiale: la crescita.

Li voglio ribadire qui come sintesi di questa mia prima relazione all’Assemblea degli associati. La crescita per noi è anche un dovere. Torino non è Torino se non cresce. E Torino non è Torino se non cresce il ruolo della sua industria.

I soldi del Pnrr non sono tutto ma serviranno anche a noi. Torino è per definizione e per storia un moltiplicatore di occasioni, quando ha un buon progetto. Gli strumenti disponibili, a cominciare dal Competence Center, ne sono parte indispensabile.

Abbiamo l’ambizione di vedere Torino come punto di incontro dell’innovazione a livello europeo. La collaborazione tra pubblico e privato è in questo senso centrale: lo diciamo tendendo una mano ai rettori degli Atenei torinesi, al nuovo Sindaco Lo Russo, al Governatore Cirio, al Governo.

Il titolo di questa assemblea è “Fabbricare il futuro”: è stata una concessione alla mia personale passione per la fabbrica, il luogo simbolo in cui tutto si crea e si costruisce. Anche il futuro si costruisce in fabbrica. E nella scuola, che ne è la premessa.

La nostra ambizione è che l’Unione Industriali abbia al suo interno la stessa attenzione all’efficienza e alla razionalizzazione che abbiamo in azienda. La nostra deve essere una Casa aperta alla comunità, come è avvenuto con la trasformazione del Centro Congressi in Centro vaccinale, sperando che torni presto ad essere luogo di cultura e di dibattito aperto a tutti. È uno sforzo che ci impegna tutti indistintamente e ringrazio di questo i miei colleghi della Presidenza, tutti i Presidenti di categoria, il nostro Direttore e i nostri funzionari e collaboratori, che formano una magnifica squadra al servizio delle imprese torinesi. 

Solleciterò sempre i nostri associati a dare il meglio di sé e i decisori pubblici ad avere per l’impresa un’attenzione innanzitutto culturale, perché tutti insieme si faccia più grande la nostra città, il nostro Paese.

Parafrasando un’affermazione di altri tempi, posso ripetere con convinzione che oggi più di ieri tutto ciò che fa bene a Torino, fa bene all’Italia.



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Redazione

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