I paesi produttori di combustibili fossili e carne contro l’azione per il clima

 I paesi produttori di combustibili fossili e carne contro l’azione per il clima


Le rivelazioni –che mostrano come questo piccolo manipolo di nazioni stia tentando di demolire l’imminente valutazione dell’International Panel on Climate Change (IPCC) sulle possibilità per limitare il riscaldamento globale – giungono pochi giorni prima dell’inizio dei cruciali negoziati internazionali sul clima a Glasgow.

Provengono da una fuga di decine di migliaia di dichiarazioni di governi, imprese, accademici e altri sulla bozza di relazione del “Working Group III ” dell’IPCC –un team internazionale di esperti che sta valutando le possibilità rimaste all’umanità per frenare le emissioni di gas a serra (GHG) o eliminarle dall’atmosfera. […]

La notizia arriva pochi giorni prima che queste nazioni prendano posto ai negoziati COP26 a Glasgow – una conferenza dell’ONU descritta come «l’ultima migliore occasione del mondo per mettere sotto controllo il cambiamento climatico inarrestabile». È probabile che solleverà interrogativi sulla minaccia posta al progresso, al vertice, da alcune economie fortemente legate alle industrie ad alta intensità di carbonio.

Gli autori dell’IPCC hanno la possibilità e il dovere di respingere i cambiamenti proposti alle proprie bozze, se i relativi documenti non sono supportati dalla letteratura scientifica. Tuttavia, la fuga di questi documenti offre una visione esclusiva delle posizioni adottate da alcune nazioni al di fuori della sfera pubblica.

Lo scienziato del clima Simon Lewis, professore di scienza del cambiamento globale all’University College di Londra, ha dichiarato a “Unearthed”: «Questi documenti evidenziano le strategie che alcuni paesi sono disposti ad adottare per ostacolare e ritardare l’azione di riduzione delle emissioni».

«Alla vigilia degli incontri cruciali della COP26 esiste, a mio parere, un chiaro interesse pubblico nel conoscere ciò che questi governi stanno tentando di nascondere». Ha aggiunto: «Come la maggior parte degli scienziati sono perplesso di fronte alle fughe di notizie sulle bozze dei rapporti, perché in un mondo ideale gli scienziati in questione dovrebbero essere in grado di fare il loro lavoro in pace. Ma non viviamo in un mondo ideale, e con le emissioni ancora in aumento, la posta in gioco non potrebbe essere più alta».

Un portavoce dell’IPCC ha dichiarato a ”Unearthed” che i processi utilizzati per la redazione e la stesura dei rapporti sono stati «progettati per tutelarsi dal lobbismo –in toto». I principali elementi di ciò, ha aggiunto, erano «team di autori diversi ed equilibrati, un processo di revisione aperto a tutti e il processo decisivo sui testi per consenso».

L’analisi di “Unearthed” di migliaia di documenti trapelati presentati all’IPCC dai governi nazionali ha evidenziato che la maggior parte dei contributi erano di natura costruttiva, volti a migliorare il testo.

L’eliminazione graduale dei combustibili fossili

I documenti esaminati da “Unearthed” comprendono una grande quantità di commenti di revisione paritaria sulla seconda bozza del contributo del Working Group III al sesto rapporto di valutazione dell’IPCC. Il rapporto di questo gruppo – che non verrà pubblicato prima del prossimo anno – riguarderà una valutazione definitiva dei mezzi a disposizione del mondo per limitare il riscaldamento globale.

La sintesi di questa bozza – che è stata divulgata durante una fuga di notizie distinta all’inizio di quest’anno – riporta in dettaglio come le emissioni globali di gas serra raggiungeranno il livello massimo nei prossimi quattro anni. In essa si legge che, anche se non entreranno in funzione nuovi impianti, le centrali a carbone e a gas esistenti dovranno in ogni caso chiudere o essere modernizzate per evitare le emissioni entro i prossimi 10 e 12 anni limitando il riscaldamento a 1,5°C.

I commenti di riesame trapelati – che consistono in una serie di risposte dettagliate alla bozza da parte di governi, imprese, società civili e accademici presentate all’inizio di quest’anno – rivelano come un piccolo gruppo di grandi nazioni, produttrici e consumatrici di combustibili fossili, rifiuti la necessità di una rapida eliminazione dei combustibili in questione.

Al contrario, questo gruppo sostiene che l’IPCC debba rimanere «neutrale dal punto di vista tecnologico» e riconoscere il ruolo che la tecnologia della “cattura del carbonio” potrebbe teoricamente giocare nel ridurre l’impatto dei combustibili fossili sul clima.

La cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS) e la cattura, l’utilizzo e lo stoccaggio del carbonio (CCUS) sono terminologie legate alle tecnologie che permettono di catturare le emissioni di carbonio da siti industriali come le centrali elettriche e di tenerle fuori dall’atmosfera o di utilizzarle nei processi industriali.

L’Australia, l’Arabia Saudita, l’Iran, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) e il Giappone hanno proposto delle modifiche a questa argomentazione, nonostante il fatto che, secondo il Global CCS Institute, esista attualmente solo una centrale elettrica in funzione nel mondo che catturi con successo parte delle sue emissioni di carbonio. […]

Discutendo con “Unearthed” dei vari percorsi disponibili atti a ridurre le emissioni di carbonio, Siân Bradley, un ricercatore senior presso Chatham House, ha affermato: «Le CCS/CCUS sono tecnologie fondamentali, ma non c’è mai stato alcuna proposta attendibileper trattare la maggior parte delle emissioni legate ai combustibili fossili nella loro forma attuale».

Il regno del carbonio

Adottando questa tecnologia come una scommessa per il futuro, i politici possono perorare un ritardo nell’azione per limitare l’uso dei combustibili fossili e giustificare l’entrata in funzione di nuovi giacimenti di petrolio e di gas –indipendentemente dal fatto che la CCS produca effettivamente dei risultati.

Tra coloro che spingono contro la proposta di eliminare urgentemente i combustibili fossili dal settore energetico ci sono l’Arabia Saudita e l’OPEC, che insieme producono circa il 40% del petrolio mondiale.

L’Arabia Saudita ha cercato più volte di far cancellare agli autori del rapporto i riferimenti alla necessità di eliminare gradualmente i combustibili fossili, oltre alla sottoscrizione dell’IPCC secondo cui esista una «necessità di azioni di mitigazione urgenti e in tempi brevi a ogni livello».

In un commento, un consulente del ministro del petrolio e delle risorse minerarie dell’Arabia Saudita ha suggerito agli autori di “omettere” dal rapporto una dichiarazione secondo cui «l’obiettivo degli sforzi di decarbonizzazione nel settore dei sistemi energetici debba essere quello di passare rapidamente alle fonti a carbonio zero e abbandonare attivamente tutti i combustibili fossili». Sostiene che questa frase nella bozza «mini tutte le tecnologie di rimozione del carbonio come CCU/CCS e limiti le opzioni per i responsabili delle decisioni [sic] per la neutralità del carbonio».

L’Arabia Saudita ha rifiutato perfino l’uso della parola “trasformazione”, utilizzata dall’IPCC in tutto il rapporto per definire percorsi di riduzione delle emissioni che soddisfino gli obiettivi dell’Accordo di Parigi – il trattato internazionale attraverso il quale i paesi hanno accettato di ridurre il riscaldamento globale a un livello inferiore ai 2 gradi Celsius e,se possibile, a 1,5°C.

Ad esempio, l’IPCC afferma nella sua bozza del Summary for Policymakers che gli scenari «che limitano il riscaldamento a 2°C e 1,5°C implicano trasformazioni del sistema energetico nei prossimi decenni. Queste comportano sostanziali riduzioni nell’uso dei combustibili fossili, importanti investimenti per le forme di energia a basso contenuto di carbonio, il passaggio a vettori energetici a basso contenuto di carbonio, l’efficienza energetica e gli interventi di conservazione».

L’Arabia Saudita ha invece dichiarato che un’azione urgente per affrontare la crisi climatica non sia obbligatoriamente necessaria: «L’uso di ‘trasformazione’ dovrebbe essere evitato in quanto possiede implicazioni politiche che richiedono azioniimmediate. La transizione verso economie a basse emissioni di carbonio può essere raggiunta attraverso interventi pianificati, valutando varie opzioni di transizione». In un altro commento, il consigliere del ministero del petrolio del governo ha affermato che «frasi come “la necessità di azioni di mitigazione urgenti e accelerate a ogni livello…” dovrebbero essere eliminate dal rapporto». […]

Meatless Mondays – i lunedì senza carne

In altri punti, i documenti hanno evidenziato un’escalation di controversie sul ruolo dell’agricoltura animale nel determinare il cambiamento climatico.

I funzionari governativi del Brasile e dell’Argentina – entrambi i paesi con influenti lobby di agribusiness tra i maggiori produttori mondiali di carne bovina e di colture per l’alimentazione animale come la soia – hanno ripetutamente sollecitato l’IPCC a rimuovere o ridimensionare i messaggi del rapporto sulla necessità di ridurre il consumo di carne e latticini per affrontare il riscaldamento globale.

Nei commenti alla bozza visionati da “Unearthed”, entrambi i paesi hanno richiesto di eliminare i passi del testo che suggeriscono che un passaggio a diete a base vegetale ridurrebbe le emissioni di gas serra, o che descrivono la carne bovina come un cibo «ad alto contenuto di carbonio».

Inoltre, l’Argentina ha sollecitato una serie di ulteriori cancellazioni – compresi i riferimenti alle tasse sulla carne rossa e perfino alla campagna internazionale “Meatless Monday”, che incoraggia le persone a diventare vegetariane un giorno alla settimana – tacciandoli come “concetti di prevenuti”.

A cinque anni dall’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, l’impatto dell’agricoltura animale sul clima è stato oggetto di un esame approfondito, e una serie di relazioni autorevoli ha richiesto un passaggio alle proteine vegetali.

Uno studio del 2018 pubblicato sulla rivista “Science”, che ha preso in esame i dati di 38.700 aziende agricole di 119 paesi, ha riscontrato che passare «dalle diete attuali a una dieta che escluda i prodotti animali» potrebbe ridurre l’uso del suolo alimentare di circa 3,1 miliardi di ettari e le emissioni di carbonio del 49%.

La valutazione dello studio ha rilevato che, oltre ai tagli diretti alle emissioni di gas serra (GHG) dell’agricoltura, la superficie che si libererebbe grazie a questo cambiamento potrebbe rimuovere circa 8,1 miliardi di tonnellate di anidride carbonica dall’atmosfera ogni anno per 100 anni, attraverso la ricrescita della vegetazione naturale e le riserve di carbonio del suolo.

Joseph Poore, l’accademico dell’Università di Oxford che ha condotto la ricerca, ha concluso che una «dieta vegana è probabilmente il modo più efficace per ridurre l’impatto sul pianeta Terra».

L’impatto maggiore

L’anno successivo, lo stesso IPCC ha pubblicato un rapporto speciale di 900 pagine sul cambiamento climatico e la terra, nel quale ha evidenziato che la «vasta letteratura sulla relazione tra prodotti alimentari ed emissioni» ha ripetutamente indicato la carne, in particolare quella bovina, «come il singolo alimento con il maggiore impatto ambientale». Come esempio, ha citato una ricerca che ha dimostrato che la carne bovina costituisce il 4% del totale degli alimenti venduti negli Stati Uniti, ma rappresenta il 36% delle emissioni legate al cibo.

«Non è nostra intenzione imporre alla gente cosa mangiare», ha asserito il co-presidente del gruppo di lavoro sull’adattamento dell’IPCC Hans-Otto Pörtner quando il rapporto è stato rilasciato. «Ma sarebbe davvero vantaggioso, sia per il clima che per la salute pubblica, se la gente di molti paesi ricchi consumasse meno carne e se la politica creasse incentivi adeguati a tal fine».

Nonostante questa vasta letteratura, il Brasile – dove la deforestazione dell’Amazzonia legata all’agricoltura è in forte aumento sotto il presidente Jair Bolsonaro, favorevole all’agribusiness – ha cercato di impedire all’IPCC di fare collegamenti diretti tra il consumo di carne e il riscaldamento globale nel suo storico rapporto sulla mitigazione.

A tale esempio, nei commenti registrati nel marzo di quest’anno, il ministero degli Esteri brasiliano ha cercato di far rimuovere dalla bozza la dicitura che afferma che un passaggio a diete con una quantità maggiore di proteine vegetali nelle regioni in cui la popolazione assume un eccesso di calorie e alimenti di origine animale potrebbe portare a sostanziali riduzioni delle emissioni di gas serra e fornire benefici alla salute.

Il Brasile ha richiesto inoltre l’eliminazione completa di frasi della stessa sezione che riportano: «Le diete a basso contenuto di carne e latticini sono già prevalenti in molti paesi e culture e la loro adozione sta aumentando rispetto agli attuali bassi livelli in altri luoghi. Le diete a base vegetale possono ridurre le emissioni di gas serra fino al 50% rispetto alla dieta occidentale media ad alta intensità di emissioni».

Come giustificazione a queste cancellazioni proposte, il responsabile della revisione brasiliano ha dichiarato: «Non si può presumere che le diete a base vegetale e la dieta sana siano la stessa cosa, che entrambe abbiano un basso impatto ambientale o che una dieta sostenibile sia sana». […]

Rodrigo Rodriguez Tornquist, segretario argentino per il cambiamento climatico, lo sviluppo sostenibile e l’innovazione, ha anche sollecitato la cancellazione di questo paragrafo dal rapporto, sostenendo che non esista «nessuna base scientifica per tale affermazione sulle diete a base di proteine vegetali» e nessun «consenso multilaterale su tali idee» all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.

Tuttavia l’approccio del segretario argentino risulta essere più sistematico di quello della controparte brasiliana, che ha evidenziato decine di altri punti nel rapporto in cui ha richiesto agli autori di cancellare o ridimensionare le dichiarazioni sull’impatto della carne sul cambiamento climatico.

Rodriguez Tornquist ha più volte richiesto che la proposta legata alle diete “sostenibili” venisse eliminata dal rapporto; allo stesso modo, ha reiteratamente sollecitato la cancellazione dei riferimenti alle diete a base vegetale e alle tasse sulla carne rossa o alle tasse sugli «alimenti ad alta intensità di gas serra»,sostenendo che non ci siano «prove scientifiche certe» che queste misure possano ridurre le emissioni, o semplicemente che la loro presenza appaia «distorta». […]

L’esportazione di carbone

I contributi volti a indebolire gli elementi chiave del rapporto sono stati mossi anche dai paesi industrializzati. L’Australia, uno dei maggiori esportatori mondiali di carbone e gas, ha condiviso il rifiuto dell’Arabia Saudita dell’analisi dell’IPCC secondo cui i combustibili fossili debbano essere urgentemente eliminati dal sistema energetico mondiale.

In una sezione del rapporto intitolata “Quali sono i passi più importanti per decarbonizzare il sistema energetico?”, l’IPCC ha affermato che un’azione immediata debba essere intrapresa per eliminare gradualmente le centrali elettriche a carbone e a gas, mentre vengono distribuite fonti di elettricità a basse o a emissioni zero carbonio.

Per quanto riguarda il lungo periodo, l’IPCC ha aggiunto che le soluzioni tecnologiche meno sviluppate, come i combustibili a idrogeno e le centrali elettriche a combustibile fossile dotate di cattura del carbonio, debbano essere sperimentate e migliorate.

Ha dichiarato che l’eliminazione graduale dell’energia da combustibili fossili nel breve periodo dovrebbe essere «accompagnata da sforzi per migliorare e testare le opzioni che diverranno importanti in futuro, tra cui l’idrogeno o i biocarburanti in auto e camion, e le centrali elettriche fossili, le centrali a bioenergia o le raffinerie con CCUS [cattura e stoccaggio del carbonio]».

L’Australia ha rifiutato questa valutazione, suggerendo che la cattura del carbonio possa essere impiegata nel breve termine per evitare di eliminare gradualmente l’energia del carbone e del gas.

Un alto funzionario del dipartimento australiano dell’industria, della scienza, dell’energia e delle risorse ha affermato: «Queste osservazioni confondono l’obiettivo (eliminare le emissioni) con il mezzo “ritirare l’energia a carbone esistente”. Il CCUS rimane rilevante per le emissioni zero».

In un altro documento, il funzionario del governo ha suggerito di depennare l’Australia da una lista dei maggiori produttori e consumatori di carbone al mondo – nonostante l’Australia sia il quinto produttore di carbone al mondo tra il 2018-21 – con la motivazione che non consumi tanto carbone quanto altri paesi.

In un altro punto, l’Australia ha richiesto all’IPCC di cancellare l’analisi che evidenzia come il lobbismo delle compagnie di combustibili fossili abbia indebolito l’azione sul cambiamento climatico in Australia e negli Stati Uniti: «Un fattore che limita l’ambizione della politica climatica è stato la capacità delle industrie storiche di modellare l’azione del governo sul cambiamento climatico (Newell e Paterson 1998; Breetz et al. 2018; Jones e Levy 2009;Geels 2014). Le campagne delle compagnie petrolifere e del carbone contro l’azione per il clima negli Stati Uniti e in Australia sono forse le più note e in gran parte riuscite tra queste (Brulle et al. 2020; Stokes 2020; Mildenberger 2020)».

Nonostante il gran numero di riferimenti accademici dai quali l’IPCC abbia attintoper tale dichiarazione, il funzionario del governo australiano ha ugualmente richiesto di «cancellare questo punto di vista politico presentato come fattuale».

Le importazioni di carbone

Uno dei principali beneficiari delle esportazioni di carbone australiano, il Giappone, si è opposto anche alla conclusione che le centrali elettriche a combustibile fossile debbano essere gradualmente eliminate.

Il Giappone, enormemente legato ai combustibili fossili nei suoi sistemi di energia e di trasporto, ha rifiutato una considerazione chiave nel riassunto del rapporto per i responsabili politici che illustra in dettaglio come le centrali a carbone e a gas debbano essere chiuse, in media, rispettivamente entro 9 e 12 anni per mantenere il riscaldamento al di sotto di 1,5°C e 16 e 17 anni per mantenere il riscaldamento al di sotto di 2°C.

Un direttore del ministero degli affari esteri del Giappone ha dichiarato che il paragrafo in questione risulti essere fuorviante e ha suggerito di cancellarlo, «perché i ritiri richiesti delle centrali elettriche a combustibile fossile a causa del bilancio del carbonio dipendono dalle emissioni di altri settori così come dal loro fattore di capienza e dalle opzioni di CCS».

Il Giappone ha rigettato anche l’analisi secondo la quale «il potenziale complessivo per CCS e CCU di contribuire alla mitigazione nel settore dell’elettricità sia attualmente considerato più basso di quanto si ritenesse in precedenza a causa della crescente adozione di energie rinnovabili in sostituzione dei combustibili fossili». Il funzionario ha affermato che «sarebbe meglio eliminare la frase in favore di una maggiore neutralità dal punto di vista politico».

“Unearthed” ha contattato Arabia Saudita, OPEC, Australia, Brasile, Argentina e Giappone per un eventuale riscontro su questa storia. Un portavoce dell’IPCC ha dichiarato a “Unearthed”: «I nostri processi sono concepiti per difendersi dal lobbismo – in toto. Gli elementi principali riguardano team di autori diversi ed equilibrati, un processo di revisione aperto a tutti e il processo decisionale sui testi per consenso. Questo processo dell’IPCC è completamente trasparente e pubblichiamo abitualmente le bozze preliminari, i commenti di revisione e le risposte degli autori ai commenti, una volta che il rapporto viene finalizzato».

Articolo pubblicato in inglese sul Unearthed Greenpeace

Traduzione in italiano di Claudia Basagni per DINAMOpress



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Redazione

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