I cohousing delle donne – Donna Moderna

 I cohousing delle donne – Donna Moderna


Sono soprattutto le donne over 65 a scegliere di vivere insieme nei cohousing, a cui spesso si uniscono studentesse fuori sede. E di solito sono iniziative promosse dalle donne, come l’ultimo appena nato, a Brindisi. Come funzionano, i vantaggi, le spese

Si chiama cohousing, utilizzando un termine inglese, ed è un’esperienza molto diffusa ormai all’estero, soprattutto nei paesi del nord Europa, dove è nata, e in quelli anglosassoni, come Usa, Canada e Regno Unito. In Italia sta crescendo e si può definire come qualcosa in più di una semplice co-abitazione, perché spesso riguarda la fascia over 60/65.

Nella maggior parte dei casi a spingere a lasciare la propria casa è la voglia di non stare soli, una volta che i figli sono autonomi. Spesso i nipoti sono lontani oppure hanno ritmi di vita frenetici. Ed è così che può crescere la solitudine, ma anche la voglia di cercare occasioni di socialità e appunto convivenza.

Secondo i dati, il cohousing è un fenomeno femminile sia nell’utenza sia nell’intraprendenza di sviluppare progetti di coabitazione. Il primo italiano è stato aperto a Trento, promosso da una donna. L’ultimo è una casa appena inaugurata, a Brindisi, su iniziativa di tre giovani donne.

Cos’è il cohousing

Il primo esempio risale al 1972, quando in Danimarca nacque Sættedammen, la prima soluzione di co-residenza al mondo. Ne seguirono altri, prima soprattutto nel nord Europa, poi negli Usa dove due donne architette, Kathryn McCamant e Charles Durret, coniarono il nome cohousing. Da allora il fenomeno è cresciuto dall’Olanda al Regno Unito, passando per la Germania, dove si è sviluppato soprattutto il cosiddetto beghinaggio, cioè l’idea di creare strutture abitative in condivisione, pensate per donne. L’obiettivo in questo caso è coltivare il desiderio di comunità e compagnia. Lo stesso che ha animato i primi progetti innovativi anche in Italia, nati in Trentino.

Soprattutto le donne scelgono il cohousing

Secondo alcuni studi, l’identikit di chi pensa alla coabitazione è donna: sono circa il 75% degli utenti, con una maggiore concentrazione al nord (45%), ma non mancano esperienze anche al sud, come in Campania e, di recente, in Puglia. In genere chi sceglie l’accesso a una struttura di cohousing ha un’istruzione medio alta o comunque di buona cultura, ma soprattutto tutti – compresi gli uomini – sono animati dalla voglia di socialità e condivisione e dal desiderio di non sentirsi soli. Per questo pensano di trasferirsi in case dove possono contare su una camera indipendente, condividendo il resto degli spazi, come sala da pranzo o sala lettura, con gli altri ospiti della struttura.

La casa delle donne appena aperta a Brindisi

L’ultimo cohousing è stato appena inaugurato a Brindisi su iniziativa di tre giovani imprenditrici che hanno lanciato un’iniziativa di coabitazione silver, destinata a over 60. Si tratta di Ca.Za, Casa Zamalek. L’obiettivo è migliorare la qualità della vita e promuovere lo stare insieme.

Ma perché si dovrebbe lasciare la propria casa per andare in coabitazione? «È questa la sfida, soprattutto in Italia, dove siamo molto legati alla nostra casa e ai nostri oggetti, ma dove spesso siamo soli» spiega Eleonora Quacquerelli che, insieme a Marianna Ungaro – due laureate in discipline economiche e di management – e alla psicologa Giada Caricato, hanno fondato Casa Zamalek, a Brindisi. «Qui, invece, si vive in compagnia, si svolgono attività insieme e in sicurezza: sia perché non si è soli, sia perché, specie a una certa età, potrebbero capitare incidenti, come lasciare il gas aperto o cadere. Se dovesse accadere, in cohousing ci sarebbe qualcuno pronto a intervenire»

«Noi abbiamo tre camere doppie, ciascuna con bagno proprio, una sala da pranzo e una da lettura, una cucina e la vista mare – spiega Eleonora – Per gli ospiti c’è anche la possibilità di svolgere attività ludico-associative, grazie alla collaborazione con enti e associazioni sul territorio, come corsi di ginnastica, inglese e cucina, o gite a cavallo, il tutto non obbligatorio e a scelta a seconda delle proprie condizioni fisiche e propensioni».

Se le donne che pensano al cohousing sono molte, esistono anche coppie che chiedono: «Abbiamo ricevuto richieste anche da marito e moglie che desiderano stare in compagnia e risparmiare sulle spese di casa». In media il costo di un cohousing, infatti, permette di risparmiare dal 15 al 25%, a seconda delle soluzioni.

Il primo esempio: la casa di Trento

La Casa La Vela è uno dei primi cohousing in Italia e ancora oggi rappresenta un esempio a cui guardano le altre strutture. Si trova a Trento ed è un’iniziativa della Cooperativa Sad. Per il momento ci abitano 8 signore dai 78 ai 96 anni, ma anche due studentesse universitarie di circa 20/25 anni e due collaboratrici familiari, che si alternano in turni e si prendono cura della casa nelle pulizie, nella cucina e, se serve, nell’aiuto alle ospiti più anziane: «Sono comunque tutte auto-sufficienti e molto vivaci. Qualcuna ha il deambulatore, altre il bastone, ma potrebbero ancora vivere da sole. Semplicemente hanno scelto in prima persona la coabitazione» spiega Daniela Bottura, presidente di Sad, che gestisce altre strutture simili sempre in Trentino.

I vantaggi: compagnia, protezione, meno spese

Se siamo abituati a pensare alla convivenza o coabitazione come un’esperienza solo per giovani, i motivi che spingono i senior a scegliere il cohousing generalmente sono legati al desiderio di stare in compagnia: «Le nostre nonnine potrebbero anche vivere in una casa di proprietà, ma qui trovano compagnia, pur non venendo meno la privacy della loro stanza. Mangiano insieme, se vogliono seguono le attività, e poi ci sono i momenti di scambio con le studentesse, che potrebbero essere loro nipoti, e che a loro volta ritrovano un po’ lo spirito e il calore della famiglia lontana. I genitori delle giovani, in effetti, sono contenti di saperle in un contesto familiare, di maggiore protezione, soprattutto se si tratta dei primi anni di università, prima che le ragazze eventualmente possano andare a vivere completamente da sole» spiega Bottura. «Ci siamo rifatte al modello della famiglia tradizionale allargata che ora ha lasciato il posto a quella spesso mononucleare e più isolata».

«Nella casa c’è stata, per un periodo più breve, anche una signora di mezza età, come soluzione temporanea, dopo essere rimasta vedova e prima di decidere di trasferirsi dal figlio. Nel pomeriggio c’è anche un educatore che organizza attività come laboratori e incontri culturali».





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Redazione

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