Brexit, cosa è cambiato per gli italiani: viaggi, studio, lavoro

 Brexit, cosa è cambiato per gli italiani: viaggi, studio, lavoro




Il Millennium Bridge, a Londra: sullo sfondo la cattedrale di Saint Paul – Ansa

Che cosa cambia, dopo la Brexit, per gli italiani che già si trovano nel Regno Unito e vogliono rimanervi e per quelli che vogliono spostarvisi per motivi di turismo, studio o lavoro? All’argomento ha dedicato un webinar, che entra nei dettagli, l’ambasciata italiana a Londra (“Vivere, lavorare e studiare nel Regno Unito dopo la Brexit”, disponibile sul sito https://amblondra.esteri.it/ambasciata_londra/en/ambasciata/ufficio-stampa/news/2021/03/home-office-webinar-vivere-lavorare.html). Ecco, in sintesi, cosa emerge.

Vacanze nel Regno Unito: quali documenti?

Sarà necessario, anche per gli italiani, il passaporto per visitare il Regno Unito (Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord). La permanenza senza visto non può durare più di sei mesi.

Vorrei studiare nel Regno Unito: cosa mi serve?

Chi vuole trasferirsi per studio ha bisogno di uno “student visa”, un “visto per studenti”, rilasciato dall’Home office, il ministero degli interni britannico. Tutte le informazioni sono disponibili sul sito https://www.gov.uk/student-visa Bisogna avere almeno sedici anni e avere ottenuto l’offerta di posto su un corso. Necessario un buon livello di inglese scritto e orale. Se si hanno sedici o diciassette anni bisogna fare domanda per un “child visa”, un “visto per bambini” e occorre il permesso dei genitori. Lo studente dovrà dimostrare di avere soldi sufficienti per pagare il corso per un anno accademico e per mantenersi, a meno che abbia già abitato per un anno nel Regno Unito con un visto valido. Indicazioni più precise sul sito del Ministero dell’interno.

E per lavorare?

I cittadini italiani, e tutti gli europei, dovranno affrontare la stessa procedura che si applicava agli extracomunitari. Bisognerà ottenere un visto, che sarà approvato sulla base di un sistema a punti rigoroso. Per avere uno “skilled worker visa”, “lavoratore qualificato”, per esempio, bisogna avere almeno 70 punti. Un’offerta da un’azienda britannica e una buona conoscenza dell’inglese danno 50 punti. Gli altri 20 dipendono dal livello di stipendio, dalla carenza di lavoratori in quel settore e dalle qualifiche. Il livello dello stipendio medio richiesto è di 25.600 sterline (quasi 30.000 euro), ma la soglia dipende dell’impiego che si viene a svolgere.

Il costo del visto parte da 600 sterline e può arrivare oltre le 1.600 euro, a seconda delle circostanze. Ci sono facilitazioni per chi ha un dottorato di ricerca, specialmente in materie scientifiche. In pratica, sarà molto più difficile trasferirsi a Londra per lavorare come camerieri e commessi, puntando magari ad accedere a un corso universitario: un percorso che è stato seguito da molti fino ad oggi.

E per gli italiani residenti nel Regno Unito?

Per i settecentomila italiani residenti nel Regno Unito non cambierà nulla, ovvero avranno gli stessi diritti dei cittadini britannici purchè ottengano, entro giugno 2021, il visto concesso dall’“Eu Settlement Scheme”.

Se il periodo trascorso nel Regno Unito è inferiore a cinque anni si può fare domanda di “presettled status”, mentre per ottenere il visto vero e proprio, il “settled status”, bisogna avervi abitato almeno cinque anni. Una volta ottenuto il “presettled status”, si può fare domanda per il “settled status”.

Per ottenere il “settled status” è necessario registrarsi sul sito https://www.gov.uk/settled-status-eu-citizens-families Per farlo occorrono un telefonino, un indirizzo di posta elettronica ed essere capaci di fotografarsi seguendo le istruzioni indicate e inviando l’immagine tramite una specifica app. Chi non si registra rischia di perdere non solo l’accesso alla sanità pubblica e alle case di riposo, ma anche la pensione per la quale ha versato i contributi e la possibilità di rientrare nel Regno Unito dopo un viaggio in Italia.

Gli ultimi dati, forniti dall’ambasciatore italiano Raffaele Trombetta, parlano di oltre 5 milioni di domande ricevute da cittadini europei, di cui 4,8 milioni con esito positivo. Sono 491.000 i cittadini italiani residenti nel Regno Unito che hanno fatto domanda per il visto e 465.000 si sono già registrati nello schema ottenendo, quindi, il permesso di rimanere mantenendo tutti i diritti. Il gruppo più ampio di italiani, 82,4% di quelli registrati, hanno tra i 18 e i 64 anni. “Questo ci dice che c’è bisogno di aumentare la consapevolezza dello schema tra chi ha meno di 18 anni e più di 65. Bisogna dire ai nostri connazionali di registrarsi subito e stiamo organizzando diversi eventi per diffondere tutte le informazioni necessarie”, ha detto l’ambasciatore.

L’ambasciata italiana di Londra, il Comites, il comitato che rappresenta i nostri connazionali residenti a Londra e l’associazione “The europeans”, nata per difendere i diritti dei tre milioni di cittadini europei residenti nel Regno Unito, chiedono che il visto sia accompagnato da un documento fisico, ad esempio un tesserino. “Se una prova della residenza viene chiesta da un datore di lavoro o da un ufficio pubblico bisogna andare al sito www.gov.uk/view-prove-immigration-status dove si ottiene un codice. Si tratta di una procedura complicata. Penso che il governo britannico stia evitando di dare un tesserino agli europei per i costi che questa operazione comporterebbe”, spiega Pietro Molle, presidente del Comites di Londra.

Sarà ancora possibile l’Erasmus?

Il Regno Unito, che ha deciso di uscire dallo schema “Erasmus”, avvia, quest’anno, il “Turing scheme”, un programma di scambio con le università di tutto il mondo. Dello schema si sa poco, anche se il governo ha fatto sapere che vi prenderanno parte fino a 35.000 studenti e verrà finanziato con uno stanziamento iniziale di 110 milioni di sterline (128 milioni di euro).

Secondo il governo del Galles il “Turing” ha delle lacune che la regione di Cardiff ha deciso di colmare finanziando un proprio schema che garantisce agli atenei locali la possibilità di continuare gli scambi alla pari con gli altri Paesi europei.

Il programma, elaborato dall’Università di Cardiff in collaborazione con il ministero dell’istruzione locale, punta a consentire ad almeno 15.000 tra studenti e insegnanti di vivere un’esperienza in Europa anche nei prossimi quattro anni. E ne attende 10.000 in arrivo.





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Redazione

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